Come sopravvivere ai ricordi

Ad un certo punto di Tutto quello che non ricordo (Iperborea 2017, nell’ottima traduzione dallo svedese di Alessandro Bassini), romanzo dello scrittore e drammaturgo svedese-tunisino Jonas Hassen Khemiri, il protagonista si chiede: “Quanto deve essere forte uno schianto perché si senta fin nel futuro? A che velocità bisogna andare per sopravvivere nella memoria di qualcuno?”.

L’autore del romanzo sembra suggerirci che una delle risposte a questo interrogativo, a questo bisogno disumano ed estremo di sopravvivere nei ricordi di qualcuno, è la morte. E non una morte qualsiasi, ma il suicidio.

20161118150714_Tutto_quello_che_non_ricordoJonas Hassen Khemiri, che con questo libro ha vinto il prestigioso premio letterario svedese Augustpriset e che nei suoi lavori precedenti ha spesso affrontato la tematica della ricerca della verità e dell’identità, ci racconta la storia di Samuel, protagonista fragile e tragico, a partire dalla sua morte.

All’improvviso, un giorno, Samuel si schianta contro un albero mentre è alla guida della sua macchina. Animo da bambino in un corpo da ragazzo, faccia larga e sorriso disarmante, Samuel era poco più che ventenne ma era già ossessionato dalla memoria. Temeva di finire come l’adorata nonna, che soffriva di demenza senile e si scordava di tutto, anche di lui. Samuel la memoria la sfidava con giochi e inganni: scriveva tutto quello che gli capitava su innumerevoli taccuini e si era inventato il gioco della “Banca delle Esperienze”, una lista di cose improbabili da fare prima di morire.

Era anche convinto che per sopravvivere nei ricordi delle persone, bisognasse creare delle associazioni visive. Così, durante uno dei primi incontri con Laide, la sua futura fidanzata, si era rovesciato un bicchiere d’acqua in testa perché in questo modo, ogni volta che lei avesse bevuto dell’acqua, si sarebbe ricordata di lui.

Ad un certo punto la sua vita crolla quando tutti i suoi migliori amici, la Pantera, Vandad e la fidanzata Laide, in qualche modo lo tradiscono e lo abbandonano e Samuel si trova solo ad affrontare il rito di passaggio dalla post-adolescenza a quello della maturità. Mi sono chiesta se potesse essere stata l’incapacità di Samuel di gestire questa fase adulta della propria vita, con tutte le miserie, i fallimenti, gli inganni e i tradimenti che questa comporta, a farlo andare in pezzi.

Il romanzo è volutamente ambiguo in questo senso e lascia al lettore rispondere alla domanda: quel giorno, mentre tornava dalla casa di cura della nonna, Samuel si è suicidato o ha sbandato? E se si è suicidato, lo ha fatto perché non ha retto al peso del fallimento o ha voluto trovare l’escamotage definitivo alla sua ossessione per la memoria?

Hassan Khemiri, magnifico regista di questa che sembra una piéce teatrale, non ci fornisce appigli per rispondere, se non quando ci suggerisce che, nel romanzo come nella vita, la verità è un gioco di specchi: la storia di Samuel è infatti raccontata dalle voci dei suoi amici e della sua famiglia, raccolte insieme da un anonimo scrittore che decide di capire perché Samuel sia morto e, soprattutto, chi era Samuel prima di morire.

Solo che le voci che raccoglie sono dissonanti, i ricordi su Samuel non coincidono e noi lettori ci troviamo di fronte ad una matassa narrativa che perde fili e certezze, ci scappa dalle dita e guizza via come un pesce in un acquario se provi ad acchiapparlo.

Gli stessi personaggi hanno delle identità difficilmente inquadrabili: sono tutti degli outsider, figli di incroci interculturali, dalle identità meticce. Non si trovano a loro agio nella Stoccolma glaciale, distante e rarefatta in cui è ambientato. Una città in cui i diritti dei migranti vengono calpestati e dove risuonano forti i proclami altisonanti e razzisti dei partiti dell’estrema destra xenofoba.

Laide era pesante e gelosa come la ricorda Vandad? Vandad era un picchiatore violento o un amico affettuoso? Chi pagava davvero i conti di Samuel? Samuel era sinceramente innamorato di Laide? E la storia di Samuel è davvero avvenuta, o è semplicemente il riflesso di un’altra storia, che forse ha a che fare con quella dello scrittore che la racconta?

La caduta di Samuel, eroe tragico e tenero, è un colpo al cuore: vorremmo essere lì a tamponare le ferite del suo piccolo cuore distrutto, prendergli la mano e dirgli che, se supererà tutta questa sofferenza, dopo andrà meglio. Vorremmo metterlo sotto il nostro mantello protettivo e dirgli che essere traditi e ingannati succede a tutti. Che il dolore è una patina che ci ammanta il cuore, ma che non possiamo continuare a renderci invulnerabili al dolore solo per non soffrire più.

Samuel muore ma la letteratura lo salva e lo immortala nella memoria e, forse, in qualche modo catartico, leggere della sua morte, ci aiuta a fare i conti con la nostra paura di fallire e di provare dolore. E ci fa sentire meno soli.


(la foto di copertina l’ho presa dalla pagina Facebook di Iperborea)

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