I giovani jihadisti raccontati dai romanzi arabi

La scorsa settimana su Internazionale vi ho raccontato di come, tra i tanti tempi esplorati dal romanzo arabo contemporaneo, vi sia anche quello del jihad.

Dal settembre del 2001 i romanzieri arabi hanno più volte tentato di raccontare la “guerra santa” globale dichiarata dai terroristi fondamentalisti contro l’occidente e i nemici dell’islam. È quello che nella dottrina islamica si chiama “piccolo jihad”, una lotta rivolta all’esterno per difendere e diffondere l’islam, in contrapposizione al “grande jihad”, lo sforzo interiore del fedele musulmano per migliorare se stesso e avvicinarsi a dio.

Secondo David Cook, docente di studi religiosi alla Rice University di Houston, che all’argomento ha dedicato il saggio Storia del jihad, si parla per la prima volta di jihad globale in occasione dell’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979: i combattenti musulmani, in maggioranza arabi, arrivarono da tutto il mondo in Afghanistan per liberare il paese dalla presenza straniera. È in quel momento che si forma un islam radicale globale, che poi si rafforza negli anni novanta con figure come Osama bin Laden e il pensatore ultraradicale Abdallah Azzam. Oggi il jihad viene invocato dai terroristi del gruppo Stato Islamico, da Boko haram, da Al Qaeda e dai cani sciolti che compiono attentati in occidente, in Africa, nella regione araba e nel sudest asiatico.

Negli ultimi quindici anni il termine jihad ha finito per intessere il quotidiano della comunità internazionale. Nella letteratura è diventato un tema narrativo da esplorare per gli scrittori arabi e musulmani, che per primi hanno visto e subìto l’esplosione del fenomeno. A scriverne sono uomini e donne, cristiani, musulmani o non credenti, arabi o di origine araba, che vivono nella regione o nella diaspora in occidente. Autori che scrivono in arabo, inglese, francese o nelle altre lingue straniere in cui si esprime oggi la letteratura araba.

Nelle loro opere hanno provato a raccontare la tematica del jihad e a rappresentare la figura del jihadista attraverso una varietà sorprendente di tecniche e stili narrativi, spaziando tra romanzi storici o di ambientazione contemporanea, improntati al realismo sociale o al genere fantastico. Questo movimento letterario spontaneo non si è costituito ancora in una vera e propria corrente, ma è piuttosto frammentato e spesso inconsapevole della propria esistenza.

Questi scrittori non si sono limitati a descrivere meccanicamente il jihad, dipingendolo come un mero atto di morte, ma lo hanno interpretato come il riflesso di una crisi strutturale delle grandi ideologie del passato: il nazionalismo, il secolarismo, il comunismo, la religione, il patriarcato. I loro jihadisti non sono mai bidimensionali, ma presentano numerose sfaccettature nel tentativo di capire cosa si nasconda dietro la scelta di aderire a quella ideologia di morte. A una lettura critica, il martire jihadista sembra configurarsi quindi come l’emblema della crisi dell’individuo arabo e delle società arabe in generale, frutto di decenni di politiche di esclusione del singolo dallo sviluppo del proprio paese, di repressione e censura ai danni della creatività artistica e culturale e di soffocamento delle più basilari libertà personali.

La lettura continua su Internazionale.


[credits foto: Jihadisti nel centro di Gaza, 2014. (Paolo Pellegrin, Magnum/Contrasto) ]

 

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