Intervista con Muauia Abdelmagid, traduttore di Elena Ferrante in arabo

I libri della ormai famosissima serie L’amica geniale, dell’autrice italiana Elena Ferrante (e/o edizioni), sono in corso di traduzione in arabo per l’editore libanese Dar al-Adab, come vi avevo raccontato qui. Ho fatto qualche domanda al suo traduttore arabo, Muauia Abdelmagid, che qui ringrazio per la cortesia e la disponibilità.

Come sei diventato traduttore dall’italiano in arabo?

Nel 2010 mi sono laureato in Lingua e Cultura Italiana presso l’Università per Stranieri di Siena. Sono tornato a casa, a Damasco; ho cominciato quasi subito a insegnare l’italiano all’Istituto Superiore delle Lingue, e anche agli studenti delle facoltà di Lettere (Inglese, Francese) che hanno scelto l’italiano come seconda lingua. Ma nel frattempo, ho contattato alcuni famosi traduttori siriani per proporre loro il progetto di tradurre, e presentare, autori italiani famosissimi ma totalmente sconosciuti; il rapporto interculturale tra l’Italia e il mondo arabo è fragile, per diversi motivi. Ho iniziato a tradurre frammenti, poesie e biografie di Montale, Ungaretti e altri. Parenti e amici mi hanno sostenuto in questo progetto. Nel 2014, ho ottenuto un master in Culture Letterarie Europee, presso l’Alma Mater di Bologna e l’Université d’Haute-Alsace de Mulhouse in Francia. Così ho potuto approfondire le mie capacità linguistiche e letterarie. Oltre al fatto che i traduttori dall’italiano nel mondo arabo sono pochissimi… Talento e fortuna, diciamo.

Cosa hai tradotto finora dall’italiano?

Dal 2012, ho tradotto La coscienza di Zeno di Italo Svevo; Tristano muore, Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi; Il giorno prima della felicità di Erri De Luca; Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti; Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella; Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino. Inoltre, la sombra del viento di Carlos Ruiz Zafòn (sp.) e racconti per bambini di Marco Malvadi, Valeria Conti e Amedeo Feniello.

Che romanzi arabi ti piace leggere? Pensi che leggere in arabo ti serva o ti sia servito per il tuo lavoro di traduzione?

Certo, il traduttore deve avere una competenza quasi perfetta della propria lingua madre. Anzi, non si può imparare una seconda lingua se non si ha di già un buon rapporto con la prima. Ma questo rapporto ha sempre bisogno di essere arricchito; perciò, nonostante la pochezza del tempo in disposizione, cerco sempre di leggere in arabo, dalle poesie arabe antiche, dal Corano, fino agli articoli dei giornali dei nostri giorni. Mi piacciono i romanzi di Naguib Mahfouz, le pièces teatrali di Tawfiq Alhakeem, le poesie di Mahmoud Darwish; ma anche le traduzioni arabe dei classici.

Avevi già letto i libri di Elena Ferrante quando Dar al-Adab ti ha proposto di tradurli? (ti erano piaciuti?)

Certo, avevo letto I giorni dell’abbandono e L’amica geniale. Stavo anche seguendo il successo straordinario della tetralogia a livello mondiale. Le novelle napoletane dimostrano che la narrativa italiana contemporanea gode di un’ottima salute. È un’opera che trova le proprie radici nella letteratura italiana: non esagero se dico che, leggendo Ferrante, ti viene in mente la Napoli descritta in alcune novelle del Decameron; che, seguendo la struttura, ti viene in mente Zeno Cosini che evocando la sua vita, la divide su basi tematiche, oltre alla divisione cronologica; oltre al flusso di coscienza della narratrice e l’autentica capacità di osservare i minimi sentimenti umani. Ma soprattutto, il rione popolare di Napoli della Ferrante può essere paragonato, in certe maniere, a quello popolare del Cairo di Naguib Mahfouz (premio Nobel 1988). È un nuovo classico direi, sono numerosi i perché ti possa piacere l’opera di Ferrante.

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Quali sono state le principali difficoltà che hai incontrato nella traduzione?

I periodi lunghissimi; l’allusione alla differenza tra l’italiano e il dialetto napolitano dal punto di vista sociale più che da quello linguistico; d’altra parte, ci sono tanti riferimenti a eventi e personaggi italiani storici. Un’altra difficoltà, minore devo dire, i nomi dei personaggi che confondono il traduttore: Nino, Gino, Rino, Dino; sui quali ho dovuto fare molta attenzione. In alcuni casi, Elena viene chiamata Lena che però in arabo scritto non si distingue da Lina; quindi ho dovuto sempre chiamarla Lenù, oppure Lenuccia. Poi indicare le periferie e i villaggi accanto a Napoli, che magari per il lettore italiano è molto facile capire di che cosa si tratta.

Il linguaggio usato dalla Ferrante a volte è molto ricercato e peculiare. C’è un termine in particolare che ricorre spesso e che è estremamente significativo per il lessico del libro: smarginatura. Come lo hai tradotto in arabo? E qual è stato il processo di traduzione dietro la tua scelta?

Infatti, questo termine mi ha colpito, ho dovuto trattarlo accuratamente. Dopo tante ricerche sull’uso frequente di questa parola, ho deciso di lasciarlo com’è, tanto la narratrice lo spiega dettagliatamente, mantenendo il compito fondamentale del traduttore, cioè non deve intromettersi tra lo scrittore e il lettore, lasciando a quest’ultimo il piacere della lettura. Si sa che questo termine viene spesso usato per indicare la consumazione dei margini dei libri; quindi in arabo viene più o meno descritto come «disfacimento delle margini», e sarà sempre messo tra virgolette, in modo da poter significare sia il disfacimento delle cose che quello degli uomini. Una scelta difficile, ma responsabile direi, e – alla Eco – sembra dire quasi la stessa cosa.

Il termine arabo ” انحلال الهوامش “mi sembrava perfetto, perché da un lato rispecchia il modo con cui le cose si dissolvono, e dall’altro allude metaforicamente a una dissoluzione morale.

Hai già avuto dei feedback dai lettori che hanno letto la tua traduzione?

È ancora presto, la versione araba è appena uscita; ma Dar Al-Adab dice sempre che il libro viene legato alla sua fama internazionale, e che in ogni fiera si vendono quasi tutti gli esemplari.

Come pensi che verrà accolto il libro dai lettori arabi?

Io penso che questo libro debba essere accolto in modo positivo. Già il tema principale è la violenza contro le donne, che è molto necessario parlarne da noi, nonché l’emancipazione della donna, la sua libertà di esprimere e scegliere. D’altra parte, il romanzo è una bella lezione sull’arte del racconto, sperando che questo stile provochi gli scrittori arabi a studiare questa esperienza creativa e a profittarne. Devo dire anche che «la smarginatura», della quale abbiamo sopraccennato, prospera nel caso della guerra: in Siria, per dire, abbiamo visto come Al-Assad figlio è stato smarginato dal suo aspetto mite per rilevare la «natura spaventosa» dell’Assad padre; cosa che non manca, per carità, nei suoi estremisti oppositori. Questa è una mia interpretazione, ovviamente, più letteraria che politica, ma si può sempre identificare Lina Cerullo con una nazione che, perseguitata da una società maschilista, da un passato orrendo, cerca un esito di salvezza.

Su cosa stai lavorando al momento?

Al momento sto lavorando sulla terza parte, la seconda uscirà fra un mese.


ps – Domani sul blog, trovate l’intervista con Rana Idriss, editrice di Dar al-Adab.

 

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