“L’insulto” di Ziad Doueiri è un film sul bisogno di restare umani

Questo post è un po’ OFF TOPIC perchè parla di un film (libanese) e non di un libro. Ma naturalmente i libri c’entrano comunque.

Nell’ultimo periodo mi sono accorta di avere sempre più delle difficoltà a giudicare se un libro scritto da un autore arabo e tradotto in italiano era davvero meritevole o se mi stava piacendo solo perchè era un romanzo arabo e quindi doveva in qualche modo piacermi “per forza”. Sì, mi sono posta questo problema perchè non so se riesco più a dare un giudizio di valore obiettivo, a decidere cioè se quel libro che sto leggendo vale in sé, in quanto opera letteraria di qualità, o se lo sto leggendo con indosso le lenti da arabista e “proprietaria” di un blog che si prefigge il compito di diffondere la letteratura araba a tutti.

Perchè la letteratura – e la cultura – araba è così ancora poco mainstream che a volte mi entusiasmo solo per il fatto che un romanzo o un film sono stati tradotti in italiano e vengono introdotto in un circuito più ampio di quello dei soliti noti, degli arabisti e traduttori.

Questo continuo fare la spola nella mia testa – oscillando tra la me lettrice o spettatrice e la me “esperta” della materia – è piuttosto faticoso e frustrante. La qual cosa naturalmente non mi capita quando leggo un romanzo di un’autrice belga fiamminga (cosa che sto facendo ora) o un giallo di Montalbano (cosa che farò nelle prossime vacanze di Natale).

Il disastro, passatemi l’esagerazione, è che le lenti da arabista le indosso non solo quando leggo libri ma anche quando guardo quei pochi (pochissimi!) film di registi arabi che arrivano nel circuito cinematografico italiano. Tipo sabato sera, quando sono andata al cinema a vedere L’insulto, opera acclamatissima del regista libanese Ziad Doueiri, ambientato a Beirut (che i doppiatori italiani pronunciavano correttamente Beirùt!) dove tra i protagonisti, un libanese militante del partito cristiano di destra, e un palestinese residente in un campo profughi libanese, scoppia una querelle personale che nel giro di pochissimo si trasforma in un caso nazionale in cui viene coinvolto addirittura il Presidente libanese e dove riemergono antichi rancori e massacri dimenticati della recente storia del Libano.

L’insulto è girato benissimo, gli attori protagonisti recitano in modo eccezionale (peccato per il doppiaggio che, come mi facevano notare, non tiene ovviamente conto delle differenze di accento dei vari registri linguistici dell’arabo parlato. Ma, parliamoci chiaro: chi se lo sarebbe andato a vedere un film libanese in arabo con i sottotitoli italiani, anche con tutto il battage pubblicitario che L’insulto, meritatamente, ha avuto?), i dialoghi sono articolati, interessanti e ben costruiti, ci sono un sacco di riprese dall’alto di Beirut, anche di notte, con le lucine, che hanno fatto languere il cuore di chi scrive.

Se dovessi muovere qualche critica, mi verrebbe da dire che, ad esempio, quelle scene di libanesi e palestinesi furiosi e rabbiosi che bruciano copertoni e sventolano bandiere in piazza mi sono sembrate prese in prestito alla cronaca giornalistica più stereotipata, quando vuole mostrarci le “temutissime” masse arabe turbolente. Alcune delle sequenze girate in tribunale le ho trovate eccessivamente lunghe e un po’ noiose.

Ma sono poca cosa. Il film si regge bene e ha un ritmo incalzante, grazie anche all’ottima colonna sonora che supporta egregiamente la recitazione. Non indulge nel vittimismo, ma anzi, pone una di fronte all’altra le due tragedie del Libano contemporaneo: la questione palestinese, che riversò in Libano migliaia di persone che vivono ancora da cittadini di serie B, come fossero per sempre dei residenti temporanei, e la guerra civile libanese, che durò 15 anni, fece migliaia di morti e la cui eredità venne messa a tacere, sacrificata sull’altare della ricostruzione/amnesia post-bellica e del feticcio della riconciliazione nazionale.

locandina

Innanzi a queste due tragedie, è il messaggio del film, non c’è qualcuno che è più vittima dell’altro perchè nella sofferenza si è uguali. Di fronte all’enormità del dolore subito si perde tutti, da entrambe le parti, perchè a perdere è l’umanità di ciascuno.

Ma, come si insegna il film, che prende come spunto il massacro dimenticato di Damur, se per quegli orrori nessuno allora pagò le conseguenze, è tutto il Paese, oggi, a doverlo fare. La responsabilità individuale delle azioni non è solo strettamente individuale: ricade a livello familiare, comunitario, nazionale. E si può risolvere solo in un modo: quando finalmente i due protagonisti si guardano negli occhi, riconoscono il dolore l’uno nell’altro e riconoscendosi uguali nella sofferenza si percepiscono di nuovo per quello che sono, due persone, due esseri umani. Ecco allora che si deve ricominciare da lì, dall’uomo, da quel restare umani, come amava ricordare Vittorio Arrigoni. E solo poi, dopo aver perdonato e rimarginato le ferite del passato, si può voltare pagina e continuare a vivere gli uni accanto agli altri.

Sabato sera quando sono uscita dal film mi sono detta che sì, L’insulto mi era piaciuto e sì, me lo sarei rivisto volentieri. Mi sono domandata se mi fosse piaciuto solo perchè era un film libanese, ambientato a Beirut. No, mi sono detta, questo è un bel film e basta. Di quelli che ti lasciano qualcosa dentro, che ti smuovono domande e riflessioni e che ti fanno dire agli amici, ai genitori, ehi, se non sapete che film vedere al cinema, andate a vedere L’insulto. È un film libanese, ambientato in Libano, che parla di una storia che forse non conosci, ma che ti piacerà perchè parla anche un po’ a te, a me, a tutti noi. È un film, sostanzialmente, che fa il suo dovere. E lo fa anche bene.

4 commenti

    • ciao Alessia, grazie per avermi segnalato il tuo articolo, non lo avevo proprio visto! In effetti non mi trovo proprio d’accordo con quanto scrivi. Non mi sembra che dal film esca l’idea che i palestinesi siano i vincenti della storia come scrivi. Mi sembra che le due tragedie vengano poste su un piano di complementarità e lo spettatore ne ricava l’idea che tutti hanno sofferto: c’è sì enfasi sui palestinesi ma l’unico flashback del film è sui fatti di Damur, e serve a dare spessore a quella tragedia, per esempio. Il film sostiene l’idea che per andare avanti sia necessario “voltare pagina” ma non prima di aver affrontato i drammi del passato, senza dimenticarne nessuno e questo non mi sembra revisionismo.

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