Perché “La Siria promessa” di Hala Kodmani è il libro sulla Siria da leggere ora

Se c’è un libro che va letto in questo periodo, a quasi dieci anni dall’inizio delle proteste in Siria, è La Siria promessa, della giornalista franco-siriana Hala Kodmani, pubblicato pochi mesi fa da Francesco Brioschi nella collana dedicata alla letteratura extraeuropea, con la traduzione dal francese di Elisabetta Bartuli.

La Siria promessa è un “romanzo epistolare”, a metà tra cronaca e autobiografia, in cui l’autrice dialoga idealmente con il padre morto da poco, l’ex diplomatico e intellettuale Nazem Kodmani, a cui racconta – a partire dal dicembre 2010 – l’inizio delle manifestazioni e rivolte di piazza che man mano cominciano a scoppiare in Tunisia, Egitto, Libia e, finalmente, in Siria.

La giornalista, che dal 2011 copre per il quotidiano francese Libération le proteste e poi la guerra di Siria, si entusiasma per gli sconvolgimenti sociali e politici che in un paese dopo l’altro portano alla caduta dei decennali dittatori, mentre il padre srotola lettera dopo lettera la storia recente della Siria, paragonando idealmente gli avvenimenti del 2010-2011 con le proteste siriane contro il protettorato francese e la nascita della Siria moderna.

Nazem Kodmani ricorda la sua famiglia appartenente alla borghesia urbana damascena e vicina alle posizioni del nazionalismo arabo, da cui emerge il ritratto di un paese antico, colto, vivace e consapevole della propria forza culturale e sociale. L’ex funzionario delle Nazioni Unite ricorda anche la sua vicinanza personale al partito Baath, al potere in Siria dal 1960 e poi “catturato” dalla famiglia Assad, che regna in Siria dal 1970 prima con Hafez al-Assad e poi con suo figlio, l’attuale presidente Bashar. Le lettere di Nazem si tingono di malinconia verso un paese che poteva essere molto di più che un ostaggio dell’assadismo: lui stesso, costretto all’esilio fino dagli anni ’60, cresce le figlie nel ricordo di una Siria che non c’è più e da cui si allontana, abbracciando con forza e vigore la Francia che accoglie la sua famiglia. La stessa Hala, nata in esilio, sente poco la sua sirianità e la riscopre – come tanti altri figli dell’esilio e della diaspora siriana – allo scoppio delle manifestazioni del marzo 2011, che va a seguire sul campo come reporter.

L’autrice racconta al padre con entusiasmo delle prime proteste, che dalla cittadina di Dar’a si allargano ben presto ad altri centri rurali uniti dalle richieste di riforme, democrazia e libertà. L’entusiasmo delle prime lettere si tramuta in apprensione e tristezza quando il regime comincia a bombardare le regioni in rivolta, quando imprigiona e tortura gli oppositori e i civili inermi, quando la comunità internazionale assiste senza far nulla agli eccidi ordinati da Damasco contro la popolazione, quando l’opposizione siriana all’estero si frantuma ancora prima di organizzarsi ed è incapace di proporre un’alternativa politica. La Siria promessa si conclude nel 2012, quando Nazem Kodmani, chiede alla figlia di non scrivergli più, perché incapace di sopportare ancora tanto dolore per le sorti infelici del suo paese.

Scrivevo all’inizio che è tanto più importante rileggere oggi questo libro perché a dieci anni dalle prime manifestazioni pacifiche forse qualcuno si è scordato come e perchè la Siria è diventata quella di oggi. Ci si è forse dimenticati di quei manifestanti, attivisti e rivoluzionari coraggiosi che pur di vedere libero e democratico il loro paese hanno dato la vita combattendo e sono stati uccisi da un regime becero, sanguinoso e violento che non ha mai esitato un istante nell’ammazzare, torturare e incarcerare i propri figli pur di rimanere al potere. Credo che in mezzo alla valanga di fake news provenienti da fonti e personaggi di dubbia fama, che oggi inquinano le notizie sulla Siria, leggere le parole di una giornalista, siriana, che in Siria ci è andata per lavorare, che parla la lingua, che si informa e che – insomma – non fa propaganda e disinformazione, sia fondamentale per ristabilire i parametri del discorso.

E visto che siamo quasi a Natale, vi consiglio anche di regalare questo libro ad amici e parenti che amano parlare di relazioni internazionali, mondo arabo e guerra in Siria senza troppa cognizione di causa e con scarse conoscenze di base. Non so se riuscirete a fargli cambiare idea, ma alle brutte ci avrete almeno provato.

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