Quelle regine rubate del Sinjar in Iraq raccontate dalla poetessa Dunya Mikhail

Ho finito Le regine rubate del Sinjar di Dunya Mikhail (Nutrimenti 2018, trad. dall’arabo di Elena Chiti) qualche giorno fa, ma non sono riuscita a trovare subito le parole per raccontarvelo.

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Ho dato un’occhiata in giro online, per cercare qualche spunto. E ho letto una recensione molto asciutta ed equilibrata di Marcia L. Qualey su Qantara, e una molto partecipata (se sorvoliamo sul titolo) di Stefano Fornaro per il blog Sul romanzo. In effetti le mie idee dopo la lettura del libro oscillavano tra questi due poli: essere asciutta o partecipata? Leggere Le regine rubate del Sinjar non lascia indifferenti: è un libro doloroso, pieno di storie di orrore e sofferenza. Ma che diritto avevo io di scrivere della mia sofferenza di lettrice nel leggerlo, quando le storie di queste donne erano la quintessenza della tragedia, mi sono detta nei giorni scorsi, mentre pensavo a come trovare le parole giuste per raccontarvi il libro.

Così poi ho deciso di lasciare da parte le mie emozioni di lettrice e di provare a scrivere a mia volta una recensione asciutta, neutra. Per quanto possibile.

Prima di tutto: Le regine rubate del Sinjar non è un romanzo. È un reportage, o un memoir, che raccoglie alcune delle storie di alcune delle donne irachene yazide rapite e abusate dai terroristi dello Stato Islamico, che sono riuscita a scappare ai loro seviziatori grazie all’aiuto di un gruppo di iracheni e curdi iracheni diretti e guidati da Abdullah Shrem, con cui l’autrice entra in contatto telefonica dagli USA (l’autrice è irachena ma vive negli Stati Uniti). Abdullah, prima dell’arrivo dello Stato Islamico, allevava api e le commerciava tra l’Iraq e la Siria. A quei tempi non sapeva che i contatti con gli altri commercianti transfrontalieri gli sarebbero tornati utili per salvare le donne rapite dall’Isis.

Ma Le regine rubate del Sinjar non è solo questo: perché Dunya Mikhail è una poetessa (poco conosciuta in Italia ma comunque tradotta) e quindi le storie delle donne yazide sono inframmezzate da versi poetici, da flashback della vita dell’autrice in Iraq, dai racconti del suo ritorno in Iraq, per conoscere Abdullah e alcune delle donne protagoniste del libro. Il tono con cui Mikhail ci consegna le storie è dolce, empatico ma allo stesso tempo non sentimentale. Non c’è alcun pietismo, non si vuole indurre il lettore a provare più sentimenti di quanti già ne prova nel leggere quei racconti. Mikhail è concisa, essenziale. Non aggiunge né toglie nulla al racconto.

Il titolo: Le regine rubate del Sinjar è tradotto dall’originale arabo “Fi suq al-sabaya” (pubblicato da al-Mutawassit, Milano) che letteralmente si tradurrebbe con “Al mercato delle prigioniere di guerra”. Dove il termine “sabaya” in arabo indica una donna fatta prigioniera di guerra, ma che nel mondo allucinato dell’Isis va a definire una schiava sessuale, da vendere e comprare al mercato degli schiavi.

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Al mercato degli schiavi dell’Isis, in Iraq e Siria, le donne irachene (principalmente yazide e cristiane) venivano vendute come bottino di guerra tra i miliziani del Califfo. Le più giovani (anche bambine sopra i 9 anni), e le vergini avevano un valore più alto. Le donne sposate e le anziane venivano vendute per poche centinaia di dollari e nella maggior parte dei casi finivano come serve nelle case dei terroristi, dove però non scappavano ad un destino di abusi sessuali e violenze di ogni tipo.

Le donne del Sinjar: la regione del Sinjar si trova nel nord-ovest dell’Iraq, vicino al confine con la Siria. Il Sinjar è un monte attorno a cui esistevano centinaia di villaggi prevalentemente abitati da iracheni di culto yazida, dediti alla coltivazione e all’allevamento. Nell’agosto del 2014, i miliziani dello Stato Islamico avanzarono verso il Sinjar con l’obiettivo preciso di effettuare un genocidio della comunità yazida, considerata “infedele” secondo la loro visione corrotta dell’Islam. Migliaia di persone tentarono la fuga: migliaia di uomini, giovani, bambini e anziani vennero uccisi sommariamente. Alcuni furono gettati ancora vivi in fosse e ricoperti di sabbia dove morirono per soffocamento. Le donne vennero rapite e portate al mercato degli schiavi, per essere vendute e rivendute come bottino. Questa pratica è andata avanti dall’estate del 2014 fino alla fine del 2016. Ad oggi, sono ancora più di 3mila gli yazidi di cui non si conosce la sorte.

Se volete saperne di più, sul sito dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani si trova un report completo sul genocidio degli Yazidi.

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Opera di Hayv Kahraman

Molte donne sono state salvate grazie alla rete creata da Abdullah nel Kurdistan iracheno. Le storie contenute in questo libro le possiamo leggere perché ci sono stati uomini come Abdullah, e come molti altri iracheni sunniti, curdi, sciiti, che hanno aiutato le donne a salvarsi.

Le donne che si raccontano a Dunya hanno alle spalle storie di abusi e violenze così raccapriccianti da sembrare irreali. Come se la mente umana non fosse in grado di immaginare il livello di bestialità raggiunto dai membri dell’Isis. Ci sono donne che sono state vendute e rivendute decine di volte, ogni volta una violenza. Donne stuprate davanti ai propri figli, donne i cui figli sono stati sequestrati dall’Isis per farne dei terroristi, donne i cui figli sono stati uccisi davanti ai loro occhi, donne che hanno tentato il suicidio, donne che sono riuscite ad uccidersi. C’è anche il racconto di Nadia Murad, la giovane che ha portato la storia del suo popolo davanti alle Nazioni Unite.

Nonostante le storie dell’orrore (che non vi voglio raccontare qui, non c’è bisogno della mia intermediazione per farvele leggere), la lettura è molto scorrevole grazie all’accorata e commovente traduzione di Elena Chiti, già traduttrice delle poesie di Dunya Mikhail poetessa.

Nel leggere il libro, un particolare stilistico mi ha colpita. L’uso del punto e virgola è estesissimo e noi in italiano non siamo più abituati a trovarlo in un testo scritto. Ma il punto e virgola di Mikhail è particolare: sta lì dove starebbero i due punti. Ti costringe a fermarti, è una battuta di arresto nella lettura, segnala, avvisa che qualcosa non sta andando come doveva.

Ho chiesto spiegazioni a Elena, per sapere se quel punto e quella virgola fossero stati delle aggiunte dell’editor di Nutrimenti oppure fossero una traduzione del punto arabo. Oppure la cifra stilistica dell’autrice. Elena, che ho contattato per e-mail mi ha risposto così:

La scelta è di Dunya! Ho voluto rispettarla perchè Dunya di solito non lo usa. Usa la punteggiatura normalmente, negli altri testi. Ma nel suo arabo il punto e virgola regna sovrano e credo di capire perchè: dà un senso avversativo più forte della virgola. È come se ogni volta Dunya dicesse: “il mondo dovrebbe andare così; ma va diversamente”. Se lo leggi come sta scritto, vedrai che ti costringe a una pausa più lunga. Ti forza a fermarti un attimo. Dunya mi ha fatto leggere adesso la traduzione inglese e il punto e virgola gliel’hanno sempre tolto e sostituito con la virgola. Per me è una scelta sbagliata, ingiustificata. Mi viene in mente Antoine Berman nel libro “L’albergo della lontananza”, quando dice che il traduttore a volte si comporta da standardizzatore” della lingua e toglie tutte le asperità.

Ed in effetti poi a quel punto e virgola ti abitui, quasi ti affezioni. Quasi ti viene voglia di usarlo più spesso, nella scrittura, in italiano.

Quello a cui non ti abitui è il pensiero di quanto le donne del libro hanno sopportato. Ma sono sopravvissute ai loro orchi, dimostrando ancora una volta che l’essere umano è più resiliente di quanto si consideri, e che la forza della vita batte quella della morte, sempre.

PS: un’annotazione su quanto scritto da Marcia in questo post a proposito del titolo del libro in arabo e della resa in inglese e italiano. Nell’originale arabo, il focus è sulle donne, schiave sessuali. In italiano, queste donne diventano “regine”, come le api regine osservate da Abdullah quando faceva l’allevatore di api. Api di sesso femminile, che dirigevano il mondo in cui l’uomo svolge poche funzioni. Nella versione inglese, il focus è su Abdullah “The Beekeeper”, il cui ruolo è stato fondamentale nel salvare queste donne. Tra tutti i titoli, preferisco di gran lunga quello italiano, come preferisco di gran lunga la copertina scelta da Nutrimenti.

A proposito, l’artista irachena autrice della copertina del libro – nonché dell’immagine di questo post – è Hayv Kahraman e qui trovate il suo sito.

 

Un commento

  1. Ti seguo ormai da 3 anni e probabilmente non avrei aperto il mio blog se non avessi letto il tuo, ci tenevo a dirtelo. Grazie mille di esistere

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