Come l’Occidente (non) legge la letteratura araba

"Missing" dalle librerie italiane
“Missing” dalle librerie italiane

La settimana scorsa il quotidiano panarabo Asharq Al-Awsat ha pubblicato una serie di interessanti interviste con scrittori, critici, traduttori sul rapporto tra letteratura araba e mondo occidentale, ovvero: quanto, come e perchè si legge la letteratura araba in Europa e negli Stati Uniti. O meglio, non si legge.

Forse ve ne siete accorti già perchè le quattro interviste sono state rebloggate un po’ dappertutto, ma se invece ve le siete perse, eccomi qui (un po’ in ritardo, questa vita tangerina mi sta lievemente consumando).

Nella prima intervista, la scrittrice libanese Hanan al-Shaykh (il suo ultimo libro tradotto in italiano è uscito per Piemme con il titolo Fresco sulle labbra, fuoco nel cuore, di cui ho parlato qui) sostiene che l’Occidente, e il mondo anglofono nello specifico, predilige la lettura di romanzi egiziani o palestinesi. L’Egitto perchè considerato il più importante paese del mondo arabo, la Palestina per via del conflitto israelo-palestinese. Secondo l’autrice tuttavia, la letteratura araba nel Regno Unito non sarebbe poi così tanto popolare come la letteratura ad esempio che viene dall’India. Ed inoltre, le case editrici britanniche preferirebbero puntare su nomi che tirano, piuttosto che scommettere su autori poco sconosciuti, per evitare perdite economiche. Una storia che conosciamo bene anche in Italia.

Asharq al-Awsat ha poi intervistato lo sceneggiatore e critico marocchino (che vive in Francia) Mohammad El-Medzioui, il quale fa una distinzione per quanto riguarda la letteratura araba che si trova in Francia. I libri scritti in francese da autori di origini arabe, ma di seconda o terza generazione, vengono secondo lui percepiti dai lettori come scrittori nativi francesi; gli autori che invece provengono da Marocco, Libano o Egitto e che scrivono in francese, appartengono invece al mondo della francofonia. E la letteratura francofona NON è letteratura francese e questa etichetta secondo il critico marocchino ha un’accezione dispregiativa. I romanzi tradotti dall’arabo invece vengono classificati come “letteratura mondiale tradotta”. Secondo El-Medzioui inoltre, gli autori arabi più letti in Francia sarebbero: Ben Jelloun, Maalouf (entrambi premi Goncourt, che li ha aiutati a vendere di più), Mahfouz (grazie al Premio Nobel), Al-Aswani (grazie al fatto che Palazzo Yakoubian è diventato un film); e poi gli algerini Khadra e Sansal, e il marocchino Taia.

Elliott Colla, docente di studi arabo-islamici alla Georgetown University, nonché traduttore, ha esplorato invece il rapporto tra letteratura araba e lettori statunitensi. E la situazione, dalle sue parole, appare piuttosto drammatica. Il pubblico USA infatti non sarebbe quasi per nulla interessato alla letteratura non scritta originariamente in inglese. E d’altronde negli Stati Uniti si traduce pochissimo (!!). Nell’avvicinarsi alla letteratura araba, il lettore medio US sarebbe mosso dalla speranza di: trovare se stesso; trovare il suo “Altro”. In entrambi i casi comunque, le sue aspettative sarebbero puntualmente disattese. La conclusione di Colla è a dir poco pessimista: lo studioso non crede infatti che il lettore nordamericano medio sia in grado (o abbia voglia) di stabilire una connessione emotiva più profonda con un romanzo arabo. In finale di intervista, Colla non risparmia neanche il mondo editoriale arabo, “reo” di fare poca o scarsa attenzione all’editing: sia chi scrive il libro, sia l’editore che lo pubblica. Ma lo studioso ha aggiunto anche: “sospetto che se ci fossero più editor letterari nel mondo arabo, assisteremmo ad una rinascita del romanzo arabo”.

Per la scrittrice anglo-palestinese Selma Dabbagh invece, uno dei “problemi” del romanzo arabo risiederebbe nel fatto che gli stessi autori arabi non riescono ad uscire dai temi che riguardano il mondo arabo. Questa difficoltà di uscire dai proprio confini, non permetterebbe loro di acquisire nuovi lettori, a differenza di quanto invece avrebbero fatto gli scrittori di altre “minoranza etniche”. L’autrice di Out of it, che scrive in inglese e confessa di avere poca padronanza dell’arabo, ritiene anche che chi legge la letteratura araba appartenga ancora ad un gruppo ristretto di lettori interessati a tutto ciò che è “straniero, estero”.

Tirando le somme dalle quattro interviste, sembra che la letteratura araba ne esca piuttosto malconcia, almeno per quanto riguarda Inghilterra, Francia e Stati Uniti, che invece ad una prima impressione appaiono come dei mercati..vivaci, interessati, aperti?

E in Italia, chi legge la letteratura araba? E perchè, come, quando? Pensateci bene lettori perchè ho un piccolo sondaggio in preparazione per voi nei prossimi giorni (visto che Asharq Al-Awsat ci ha snobbati!).

Commenti a quanto sopra, naturalmente, sono più che benvenuti.

Un commento

  1. Avevo letto anch’io l’articolo, ma ci sono diverse cose che mi lasciano perplesso. Intanto non si fa una distinzione, secondo me doverosa, tra ciò che viene tradotto dall’arabo e ciò che viene tradotto da altre lingue. Sono due cose diverse, dal momento che scegliere di scrivere un libro in una determinata lingua ha delle implicazioni profonde sul messaggio che si vuole dare, sul rapporto col pubblico ecc… Quindi non si capisce bene di che si parla, di letteratura sul mondo arabo o di letteratura araba? Poi, per quanto riguarda quest’ultima, mi è parso che gli intervistati abbiano una visione poco aggiornata della situazione delle traduzioni arabo-inglese. Non ho seguito questo mercato come quello italiano, ma mi pare quasi offensivo continuare a dire che le cose non vanno bene, che si traduce poco e che questi libri non vengono letti. Nessuno degli intervistati cita il notevole incremento di traduzioni di narrativa araba in inglese degli ultimi anni, in barba al lavoro fatto da traduttori, editori e agenti letterari negli ultimi anni.
    Per non parlare poi della risposta di Selma Dabbagh, che trovo semplicemente infondata. Non so di quali autori abbia tenuto conto per dire che la letteratura araba non sa uscire dai propri confini.
    L’unica critica sensata presente nell’articolo è quella alla mancanza di un editing serio presso gli editori arabi. Questo è un problema che ho riscontrato e un dibattito in merito ha senso.
    Anche su panorama italiano si sentono tante lamentele, spesso circola un pessimismo ingiustificato. Basterebbe banalmente confrontare la lista dei titoli tradotti dall’arabo nel 2012 con quella del 2008, per esempio, per rendersi conto che le cose in pochi anni stanno cambiando. Continuare a dire che si traduce poco, che gli autori arabi non vengono letti ecc… senza considerare gli importanti passi avanti degli ultimi anni è solo dannoso e non valorizza un lavoro svolto spesso con serietà e fatica da tante persone.
    Io aspirerei infine a un dibattito sulla qualità delle traduzioni piuttosto che sulla quantità.

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