La forza ed il coraggio di un piccolo uomo: Sonallah Ibrahim

La letteratura ha un potenziale rivoluzionario talmente elevato che fa sì che anche un solo incontro con l’autore della nostra vita abbia il potere di cambiare tutto e per sempre. Così è stato per l’autore dell’articolo che state per leggere, il quale ha avuto la fortuna e l’onore di conoscere ed incontrare il grande scrittore egiziano Sonallah Ibrahim, venuto di recente in Italia per partecipare alla Settimana della Lingua araba e della cultura egiziana. Letteratura, libertà personale e coraggio delle proprie idee si fondono indissolubilmente nella vita e nelle opere di questo uomo, che cela dietro la proprio piccola statura, un coraggio e uno spirito da grande eroe. [Ch. Com.]

di Antonello Capogrossi *

Un paio di jeans, un golfino verde, i capelli voluminosi e i soliti occhiali. Come nelle foto che avevo cercato su Google. Pensavo che sarebbe stato un inutile e noioso convegno e che avrei passato il tempo in un lungo countdown, fino a quando mi sarei ritrovato fuori da quell’edificio. L’edificio era l’Aula Magna della Sapienza, il convegno, la Settimana della lingua araba e della cultura egiziana in Italia e lo scrittore, Sonallah Ibrahim.

Non conoscevo nulla di lui, se non qualche piccola reminiscenza dell’esame di letteratura araba. Poche informazioni, due soli romanzi disponibili in italiano, la prigione, la censura, il comunismo. Entro nell’aula, prendo un posto un po’ defilato, come mio solito, ma dal quale posso osservare sempre tutto. Mi siedo, e per le scale che tagliano in due la tribuna semivuota, c’è un omino gracile, che sale. Lo riconosco è lui. Lo osservo, lo studio. L’indifferenza con il quale mi ero recato a un convegno (in treno leggevo un libro di Kafka, invece di interessarmi ai suoi libri) svanisce: quell’uomo ha qualcosa di strano.

Un’ora più tardi, prende la parola durante la seconda sessione del convegno dedicata alla letteratura. Presentazione con tanto di lodi. E lui che neanche ascolta, prima s’intrattiene con il traduttore, poi fissa il soffitto, chiacchiera con la sua vicina. I complimenti lo lasciano indifferente, come se le sue orecchie non avessero mai ascoltato tutte quelle parole di elogio. Ma poi gli tendono il microfono. Racconta della sua vita, delle sue opere, della prigione, dell’Egitto, della rivoluzione, di Nasser, di Sadat, della donna e tanto altro.

Perché scrivere di questo incontro? Non certo per celebrare o pubblicizzare Sonallah Ibrahim; la sua personalità respingerebbe di forza qualsiasi tentativo del genere. Perché chissà quanti come me, incontrandolo per le strade di Roma (era la sua prima volta nella Capitale) lo avranno ignorato, quanti non conoscono la sua storia e i suoi libri. Sonallah Ibrahim non è venuto a Roma per raccogliere lodi, applausi e firmare autografi, è venuto per seminare. Ed è un peccato, abbiamo tutti perso una grande occasione, che eravamo così numericamente ridotti. Ma spero che quel seme che Sonallah Ibrahim ha lasciato in me, possa raggiungere qualcun altro.

Uscito da quel convegno, sono corso in libreria e ho acquistato i suoi due romanzi in italiano: La commissione e Warda. Ma questi li lascio alla curiosità di chi vorrà leggerli.

Quello che mi ha colpito, soprattutto quando il giorno seguente, in una situazione meno ufficiale, Sonallah Ibrahim è stato il graditissimo ospite della lezione di letteratura araba, presso la Caserma Sani (sede del dipartimento di Studi Orientali), è stata la sua forza comunicativa. Anche qui pochi presenti, una dozzina di studenti di cui solo tre o quattro avevano letto i suoi libri, qualche curioso, qualche appassionato di letteratura araba. Sonallah Ibrahim, sorridente, non si è sottratto a nessuna domanda, rispondendo con generosità ed entusiasmo. Ha detto di sentirsi ringiovanito in mezzo a tanti ragazzi e alla fine di tutto, era lui che ci applaudiva.

Parlando della sua vita ha raccontato di come sia stato condannato al carcere nel ’59 per essere stato membro del partito comunista. Si era rifugiato per un mese in un piccolo villaggio ma poi era stato catturato. Ha raccontato di come in prigione la scrittura fosse l’unica vera libertà e di come si fosse opposto alle torture e alle umiliazioni, non con la forza fisica, di cui naturalmente non dispone, ma con la forza delle idee e della parola. Ha sottolineato così la grandiosità della sua unica arma a disposizione, qualcosa che sarà un denominatore comune in tutta la sua vita.

Saranno i suoi romanzi, scandalosi, censurati, sarà il suo linguaggio crudo, a volte anche sarcastico, a scagliarsi contro le logiche del potere, i soprusi e le ingiustizie sociali. Uno scrittore che nelle sue opere rievoca aspetti della sua vita, afferma i suoi ideali e libera i suoi sentimenti, tutto perfettamente collegato (fedele ai principi di realismo di Hemingway cui fa riferimento) in un filo conduttore per cui, dietro ogni frase e dentro ogni opera, c’è un pezzo di vita di Sonallah Ibrahim, che si impara a conoscere. Così come nelle sue parole rileggevo pagine dei suoi libri, nei suoi libri continuo a vedere immagini della sua vita.

È Sonallah Ibrahim che nella Commissione, all’interno di un processo di impostazione kafkiana, non cede al potere: non racconterà quello che vogliono loro e non smetterà di raccontare la verità, di far scorrere libera la sua penna sui fogli bianchi, a qualunque costo. Ci ha raccontato di come negli anni il regime abbia provato a censurarlo, attraverso l’ipocrisia tipica dei tiranni arabi. Una volta il ministro della cultura gli offrì una borsa di studio per un anno (con il compenso economico più alto) che il governo egiziano destinava agli intellettuali senza lavoro o in difficoltà economiche. Al Ministero si erano preoccupati delle condizioni di vita di Sonallah Ibrahim, che decise di licenziarsi da giornalista per dedicarsi completamente alla letteratura. In realtà, come lo scrittore ci ha spiegato, dietro questo tentativo benevolo si celava l’intento di renderlo uno schiavo, uno dei tanti, di un sistema per cui tutti erano in debito con il regime. Se avesse accettato quei soldi non sarebbe stato più libero, di scrivere, di denunciare, di sferrare attacchi frontali al potere.

Ma a questo proposito l’evento più emblematico è avvenuto senza dubbio quando, qualche anno fa, sotto il governo di Mubarak, gli era stato assegnato un prestigioso premio letterario. In una sala del Teatro dell’Opera del Cairo gremita, con le autorità egiziane in prima fila, il ministro aveva annunciato il nome del vincitore: Sonallah Ibrahim. Nessuno aveva fiatato, nessuno si era alzato a ritirare il premio, tantomeno lo stesso Sonallah Ibrahim, che era rimasto al suo posto tra lo sgomento dei presenti e l’irritazione delle autorità. Tra i suoi amici, tra gli intellettuali, in molti avevano pensato che lo avrebbero arrestato seduta stante; il regime, se lo avesse fatto, avrebbe apertamente ammesso la sconfitta, avrebbe ammesso che Sonallah Ibrahim raccontava e racconta ancora (ormai conosciuto anche fuori dall’Egitto, poiché numerose traduzioni sono state fatte nella maggior parte delle lingue europee) la pura verità. Lo avevano pasciato al suo posto, delusi per non aver potuto assoggettare la libertà artistica dello scrittore al volere e al sostegno della loro politica, ma in un certo senso consapevoli del fatto che le parole non avrebbero mai scatenato nulla, che il potere nelle loro mani, sarebbe stato sempre un’arma così potente da far tacere chiunque.

La storia non è andata così, la primavera araba ha restituito vitalità ed energia ad una società egiziana che sembrava non esistere, e tutto è partito da una parola: hurriyah, libertà, che ha saputo diffondersi tra i giovani, attraverso le nuove forme di comunicazione dei social network.

Una parola che è stata l’inno di battaglia di tante ragazze, che hanno affiancato i loro compagni uomini verso la strada della libertà e della democrazia. Eroine del nuovo millennio, con jeans e cellulari, eroine come Warda, la protagonista femminile dell’altro romanzo tradotto in italiano.

Sonallah Ibrahim ci ha spiegato la sua scelta di un personaggio femminile e dell’importanza delle donne nella primavera araba. Warda è una ragazza intelligente, istruita, contraria alle convenzioni sociali e capace di ribellarsi, di non essere un oggetto per l’universo maschile. Warda, ha detto, le ricordava sua madre, una donna molto giovane che suo padre, molto più anziano di lei sposò come seconda moglie. Era una donna istruita, che non accettò mai lo status di moglie, ma che seppe scegliere per se stessa una vita vera.

Così come oggi fanno le ragazze egiziane. Donne egiziane che non potranno più essere relegate ad un ruolo subalterno all’autorità maschile, che nessuna volontà politica e religiosa potrà più tenere fuori dalla vita pubblica. Sono state le donne le protagoniste di questa primavera araba, l’arma in più del popolo che si ribella, che mai aveva partecipato alle manifestazioni nel corso della storia. E non è un caso che stavolta le rivolte abbiano avuto successo. Questa volta è stata tutta la società a scendere in piazza, tutti, uomini e donne, fianco a fianco, perché, come Sonallah Ibrahim ha ribadito, gli uomini da soli non bastano, lo hanno dimostrato nel corso della storia, sono deboli, privi di coraggio e solo insieme alle donne possono essere degli uomini veri. Lo ha detto con forza Sonallah Ibrahim, lo ha raccontato attraverso la storia di sua madre, una donna coraggiosa, e lo ha scritto in Warda e in Dat, le sue opere.

Sono andato via da quell’incontro con molte emozioni racchiuse dentro di me, con un libro in arabo tra le mani, con il suo sguardo verso di me e la sensazione di aver fatto uno di quegli incontri, che una volta finiti, ti senti diverso.

E’ un po’ retorico questo, ma la retorica ha un senso quando dietro le parole c’è la genuinità delle persone. Il mio incontro con Sonallah Ibrahim non è ancora finito, è un incontro che si rinnova ogni giorno tra le pagine dei suoi libri e che magari conquisterà qualcun altro.

Sonallah Ibrahim è uno scrittore sorprendente che merita di essere conosciuto anche in Italia, perché l’universalità dei temi che affronta non ha confini, perché il suo desiderio di libertà e verità è qualcosa che riguarda ogni popolo, ogni società ed ogni singolo uomo in ogni sua piccola azione quotidiana.

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*Iscritto al corso di Lingue e civiltà orientali all’Università La Sapienza di Roma, ha studiato arabo come prima lingua orientale e persiano come seconda.

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