“I drusi di Belgrado” di Rabee Jaber: il Libano, i Balcani e l’Italia

Qualche giorno fa è uscito sul magazine di VICE Italia, speciale narrativa, un estratto in anteprima del romanzo I drusi di Belgrado, dello scrittore libanese Rabee Jaber. Il libro è stato tradotto dall’arabo da Elisabetta Bartuli e verrà presto pubblicato da Feltrinelli.

L’estratto che trovate su VICE, dal titolo “Negoziazione al serraglio”, è l’incredibile e spaventoso incipit del romanzo, che ne anticipa qualcosa e crea un po’ di suspense allo stesso tempo. Nel primo capitoletto scopriamo che il protagonista si chiama Hanna Ya’qub e che nel 1872 si trovava in Montenegro. Nel secondo capitolo, lo troviamo a Beirut: siamo però nel 1860.

Nei dodici anni che intercorrono tra questi due momenti è ambientato I drusi di Belgrado (Druz Belgrad. Hekayat Hanna Ya’qoub), romanzo storico scritto da uno dei più bravi (e prolifici) autori della narrativa libanese contemporanea.

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Rabee Jaber ha scritto 18 romanzi e ha solo 44 anni. Tre di questi romanzi sono stati selezionati per il Premio internazionale per il romanzo arabo (Ipaf/Booker arabo) e I drusi di Belgrado si è aggiudicato il premio nel 2012.

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Rabee Jaber (sulla dx) ad Abu Dhabi, 2012

Di tutta la produzione di Jaber, in italiano è arrivato solo Amreka, tradotto con il titolo Come fili di seta (trad. di E. Bartuli, Feltrinelli): uno splendido affresco storico dell’America di inizio Novecento e dell’emigrazione siro-libanese nel continente americano. Un libro da leggere, se ancora non lo avete fatto.

Jaber è uno scrittore molto particolare: schivo, riservato, non concede quasi mai interviste. Ma la sua capacità di srotolare parole, fatti, racconti, storie, personaggi e mondi ha dell’eccezionale. E questo racconto di un gruppo di combattenti drusi libanesi, nel cui mezzo fu infilato per caso il povero cristiano Hanna, misero venditore di uova sode, che furono trasportati nei Balcani dove patirono le pene dell’inferno, non fa eccezione.

Per tutto il romanzo, il povero Hanna Ya’qub è un antieroe. Non è un macho combattente come i drusi, suoi compagni di sventura; è schivo e riservato, deboluccio, silenzioso. Non è attraente, né particolarmente intelligente. Prima di essere costretto ad attraversare il mare per sbarcare nei Balcani, conduceva una vita tutto sommato modesta e misera in quel Libano dove si era appena conclusa “la prima guerra civile libanese”, la guerra della montagna che vide contrapporsi i cristiano-maroniti ai drusi, e che lacerò per la prima, terribile, volta, il Libano prima che diventasse il Libano come lo conosciamo oggi.

Quindi il povero Hanna Ya’qub, un bel giorno, capita al porto di Beirut (sì il porto antico, vicino ai suq, che non ci sono più) nel momento sbagliato al posto sbagliato e diventa la vittima di uno scambio di prigionieri tra il funzionario ottomano che deve condurre decine di prigionieri drusi a Belgrado e lo Sheykh Ghaffar ‘Izz al-Din, padre di cinque dei condannati.

Hanna Ya’qub diventa quindi druso, ma questo è solo uno dei cambiamenti di identità che il venditore di uova attraversa nel corso del romanzo. La storia poi si snoda attraverso i Balcani, e ogni capitolo racchiude bellissime descrizioni dei paesaggi e delle popolazioni dell’epoca.

La bellezza di questo romanzo è tutta qui, mi pare di poter dire, e sta tutta nella capacità della letteratura di unire popoli, culture e geografie in un abbraccio narrativo senza confini. Con questo romanzo siamo quindi di fronte ad un autore libanese che ci parla dei Balcani di fine Ottocento, a noi italiani che, forse, di quei Paesi con cui condividiamo un lembo di mare, sappiamo ben poco.

Romanzo che comincia così:

“Mi sveglia un boato, la terra che trema. Dove sono? Nella prigione in Erzegovina oppure nella cittadella di Belgrado? Le catene mi impediscono di alzarmi in piedi ma tendo il collo e, senza rendermene conto, per poco non mi metto a gridare come facevo tanti anni fa nel mio lontano paese: ‘Uova, uova, uova sode’. Sento correre, sento urlare, e poi, sopra di me—in superficie—un terrificante tonfo di passi, come di gigantesche belve mitologiche che prima corrono e poi crollano, morte. Un orrendo muggito satura l’aria mentre il puzzo di carne bruciata mi riempie il naso. Il terrore mi si conficca nel cervello neanche fosse una spada. Un sudore di ghiaccio mi inzuppa. Sono impietrito come capita durante un incubo—com’è stato nell’attimo che ha preceduto il crepitare delle fucilate quando Qassim e i suoi fratelli si sono abbattuti sulla sabbia pregna d’acqua—e capisco che potrei non uscire mai più di qui. Perché devo morire in questo posto senza aver rivisto mia moglie, mia figlia e la mia casa?

E il cui incipit continua qui su VICE.

E poi in libreria, quando uscirà.

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