La letteratura araba al Maghreb-Orient des livres 2022

Annamaria Bianco, traduttrice editoriale dall’arabo e PhD candidate in letteratura araba presso Aix-Marseille Université – IREMAM, qualche settimana fa è stata alla manifestazione letteraria parigina Maghreb-Orient des livres, di cui ha scritto e fotografato per Editoriaraba quanto segue. Buona lettura (e bentrovati e bentrovate)!

Testo e foto di Annamaria Bianco da Parigi

Dal 13 al 15 maggio scorso si è svolta a Parigi la quinta edizione del Maghreb-Orient des livres, la Fiera dei libri organizzata congiuntamente dall’associazione Coup de soleil e l’iReMMO (Istituto di Ricerche e Studi sul Mediterraneo e il Medio Oriente). Sono già 29 anni che Parigi si trasforma nella capitale del libro nordafricano, grazie a un progetto nato con l’ambizione di far dialogare le due sponde del Mediterraneo, quale era appunto il “Maghreb des livres”, manifestazione alla quale avevo già partecipato un decennio fa, prima che i suoi organizzatori decidessero di spingersi ancora più ad est, verso il Mashreq, e di dare dunque l’odierna veste panaraba all’evento. Una scelta che mi è sembrata davvero vincente e che ha ampliato considerevolmente la portata e l’interesse del festival letterario.

Quest’ultimo ha cadenza annuale e si svolge di solito nel mese di febbraio. La pandemia, tuttavia, ne ha alterato l’equilibrio temporale: l’edizione del 2021 si è svolta d’estate, in formula ibrida (i video sono reperibili sul canale YouTube della manifestazione), mentre l’edizione di quest’anno si è tenuta in tarda primavera, con il ritorno alla normalità della presenza fisica degli autori e delle autrici invitate, così come del pubblico, che ha riempito i locali dell’Hôtel de Ville. Se il primo giorno vi è stata per lo più un’affluenza di visitatori adulti e anziani, il secondo l’età media si è abbassata considerevolmente: l’area gioco bambini era piena di piccoli ospiti che si sono divertiti a partecipare agli atelier di illustrazioni, ad ascoltare racconti bilingue e a scoprire l’alfabeto arabo, grazie alle attività previste dal programma “Kids” del festival.

La conferenza inaugurale è stata tenuta dalla scrittrice francese Alice Zeniter, autrice del romanzo L’art de perdre (tradotto in italiano come L’arte di perdere e pubblicato da Einaudi). La storia, incentrata sul personaggio di Naïma, consiste essenzialmente in una riscoperta delle origini algerine della protagonista e, come recita la quarta di copertina del libro, “canta l’amore di una famiglia prigioniera di un passato tenace e di una struggente voglia di libertà”.

La scelta è stata fatta per celebrare il paese ospite dell’edizione di quest’anno, ovvero l’Algeria, in onore del sessantesimo anniversario della fine della guerra e dei 132 anni di colonizzazione francese. I corridoi delle sale del municipio di Parigi occupate dall’evento, con la loro architettura neo-rinascimentale, sono stati dunque tappezzati dalle tavole della mostra “Cabu croque Constantine”. Con una sessantina di disegni, foto e documenti inediti, l’esposizione ha ripercorso la storia di Cabu, un giovane campagnolo francese arruolato in guerra che ha finito per scoprirsi innamorato dell’Algeria e dichiararsi pacifista convinto.

Mentre il Salone delle feste dell’Hôtel era occupato dagli stand delle diverse case editrici degli autori e autrici invitati e da sezioni tematiche dedicate a Palestina/Israele, Algeria, calligrafia, fumetto, poesia, romanzi e cucina, diversi sono stati gli eventi che si sono svolti nell’auditorium e nelle altre sale: conferenze, interviste a scrittori e scrittici, sessioni d’autografi, incontri con studenti e caffè letterari.

La giornata di venerdì è stata dedicata per lo più al giornalismo documentario e alla letteratura francofona, concentrandosi (un po’ troppo a mio avviso) su temi di politica internazionale, sul jihad e sulla prevenzione del radicalismo, attraverso una sezione incentrata sulla graphic novel Le jour où j’ai rencontré Ben Laden, di Jérémie Dres. Questa racconta la storia vera di Mourad Benchelalli, partito a combattere in Afganistan e ritrovatosi prigioniero a Guanatanamo, esperienza dopo la quale ha scelto di impegnarsi per combattere il fondamentalismo islamico.

Presenti lo stesso giorno anche gli autori della graphic novel La légende de Chbayah. Une révolte tunisienne, Aymen Mbarek, Seif Eddine Nechi, pubblicata da Alifbata edizioni, casa editrice marsigliese diretta dall’italiana Simona Gabreli, che ha partecipato alla tavola rotonda Livres des deux rives: un dialogue méditerranéen par le livre. Questo evento è stato anche l’occasione per parlare del progetto europeo di traduzione dall’arabo Leila al quale partecipa in rappresentanza dell’Italia la traduttrice e docente di letteratura araba Cristina Dozio.

A partire dal giorno successivo, tuttavia, la letteratura araba è tornata a farla da padrona, con ospiti d’eccezione, quali lo yemenita Ali al-Muqri, il sudanese Abdelaziz Bakara Sakin e la libanese Najwa Barakat.

Ali al-Muqri (1966), da poco nominato Cavaliere dell’ordine delle arti di Francia, ha presentato il suo ultimo libro, Le pays du commandeur (2020), nel quale si prende gioco di tutte le dittature arabe, ambientando la storia dell’amicizia tragicomica tra uno scrittore e il leader politico autoritario di un paese fittizio del Medio Oriente. Lo scrittore-giornalista yemenita ha trovato rifugio in Francia dopo una fatwa emessa contro di lui per la pubblicazione del romanzo Donna proibita (2015), tradotto in italiano da Atmosphere libri nel 2021. Al-Muqri è uno degli scrittori più noti dello Yemen, già noto per il suo romanzo II bell’ebreo, con il quale si è aggiudicato numerosi premi.

Abdelaziz Bakara Sakin (1963) è un autore sudanese basato a Montpellier, che sta riscontrando tantissimo successo editoriale e di critica negli ultimi anni grazie alla sua creatività esplosiva e alla sua personalità irriverente. Dopo Le Messie du Darfour del 2016 (Prix Littérature-Monde 2017), è tornato con Les Jango (2020): un romanzo ricompensato con il Premio Tayeb Salih nel 2019, il Premio per la letteratura araba dell’IMA, l’Institut du monde arabe di Parigi, e il Grand Prix de traduction di Arles, e che tuttavia ha incontrato la censura da parte delle autorità sudanesi, scatenando però anche l’adulazione del pubblico dei giovani della regione e della diaspora. L’arrivo di Sakin è stato celebrato infatti da un vero e proprio fan club di studenti sudanesi che lo hanno circondato con un entusiasmo che scaldava il cuore.

I Jango, plurale di Jangawi, sono una popolazione di lavoratori stagionali che coltivano il grano, il sorgo o il sesamo in Sudan. Si riconoscono per la loro eleganza appariscente e un po’ antiquata, e per il loro senso di festa, appena finito il raccolto: tutti i loro guadagni vengono spesi per ubriacarsi di marissa e donne. In Les Jango si parla dunque liberamente di religione, sesso, letteratura e contrabbando, con uno stile caotico e corale che risucchia il lettore nel mondo rumoroso e affascinante di questa comunità nomade.

Purtroppo, nonostante l’interesse da parte dei traduttori non manchi, sembra che le case editrici italiane siano ancora restie a scommetter su quest’autore. Si spera che cambino idea in fretta!

Najwa Barakat (1966) è una scrittrice libanese molto nota, autrice di numerosi romanzi, ed è da poco stata in Italia, ospite della conferenza “Il romanziere arabo e la crudeltà della realtà”, organizzata a Ca’ Foscari di Venezia. L’autrice ha presentato il suo ultimo romanzo Monsieur N. (2021), che costituisce una vera e propria riflessione metaletteraria sulla scrittura. In italiano, sono disponibili due dei suoi primi libri: L’Inquilina (2009) e Ya Salam! (2007).

La domenica è stata ospite d’eccezione l’irachena Alia Mamdouh (il cui nome in italiano è stato trascritto come ‘Aliya Mamduh), alla quale la presidenza dell’IMA ha reso omaggio con un premio a sorpresa. Nata a Baghdad nel 1944, Alia Mamdouh è stata direttrice della rivista al-Rasid (1975-1980) prima di trasferirsi a Beirut, Rabat e infine a Parigi, dove vive attualmente. È autrice di due raccolte di racconti e sei romanzi, tre dei quali sono stati tradotti in francese e pubblicati da Actes Sud: La Naphtaline (1996), La Passion (2003) e La Garçonne (2012), che ha vinto il prestigioso Premio Naguib Mahfouz nel 2004. Nell’ambito del festival, l’autrice ha parlato del suo ultimo romanzo, tradotto in francese come Comme un désir qui ne veut pas mourir (2022), incentrato sulla vita di un ex comunista iracheno esiliato a Londra che si configura come un vero e proprio antieroe, rimettendo ironicamente in discussione il concetto di mascolinità eteronoma. Il fatto che nessun libro di questa grande e affermata scrittrice irachena sia stato tradotto in italiano dalla fine degli anni Novanta (fa appunto eccezione Naftalina, pubblicato nel 1999) è piuttosto grave, a mio parere.

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