Aleppo ieri e oggi, secondo Khaled Khalifa

“Come un cieco tasto i muri di Aleppo” è il testo inedito che lo scrittore siriano Khaled Khalifa ha letto lo scorso  19 giugno al Festival Letterature di Roma, in quella cornice magnifica che è la Basilica di Massenzio, al tramonto.

31183486_10156836546402565_7079220055115825152_n

E’ un bel festival di letteratura, questo di Roma. Gli autori vanno soli, sul palco, senza intermediari, senza giornalisti, esperti e critici e leggono un inedito ispirato al tema del festival. Ci sono solo loro, e le loro parole.

Il tema di quest’anno è stato “Il diritto/Il rovescio. L’inesauribile corrente delle parole”. Un tema piuttosto ampio, se vogliamo, che Khalifa ha declinato al suo meglio, da quel grande hakawati quale è. Ci ha raccontato della sua Aleppo, che non vede dal 2013, ma che finalmente per la prima volta è riuscito a ricordare con gli occhi della memoria, tastando alla cieca i ricordi dell’infanzia e della giovinezza, per ricollegare quel mondo perduto alle devastazioni del presente. Non ha risparmiato nessuno, in questo suo testo, e ha denunciato con insolita crudezza i crimini di guerra del regime di Bashar al-Assad e del suo alleato russo.

35464435_10156976112362565_6867790901171716096_n
Un momento della lettura di Khaled Khalifa al Festival. Foto @Letterature – Festival Internazionale di Roma / Facebook

“Come un cieco tasto i muri di Aleppo” è un testo struggente e potente, che Maria Avino (già sua traduttrice nel romanzo Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città, appena pubblicato da Bompiani) ha tradotto in maniera magistrale, rendendo appieno ogni sfumatura, ogni dolcezza, ogni momento di intimità.

“Come un cieco tasto i muri di Aleppo”, di Khaled Khalifa (trad. dall’arabo di Maria Avino)

Cinque anni fa, nel 2013, sono stato ad Aleppo per l’ultima volta, dopodiché la mia città si è dispersa in tanti frammenti, in foto e video, immagini e notizie delle agenzie di stampa che hanno provato a trasformare Aleppo in un luogo virtuale o, quantomeno, irreale, a me sconosciuto.

Mi sono rifiutato di credere a quel che accadeva laggiù; ho pensato che sarebbe stato meglio vivere negando, in seguito avrei trovato il modo per ritornarci di nascosto. Per questo, evitavo di guardare le foto. Potete immaginare quanto sia stato difficile per me superare quel bombardamento di immagini, eppure, in parte ci sono riuscito. La mia idea era semplice: guardare la distruzione di qualche altro posto, a me più vicino fisicamente (attualmente vivo a Damasco) – si trattava pur sempre, in ogni caso, del mio paese – per rimandare l’incubo a un altro momento.

Ma ricordo che l’immagine della città che conservavo nella mia mente era anche intrisa di indignazione e di rabbia, per tutto ciò che era accaduto laggiù negli ultimi trent’anni; da quando ero solo un ragazzino ribelle che odiava quell’immagine da cartolina di Aleppo e non credeva nell’orgoglio.

Scappai via da Aleppo, come se fossi braccato, nel 1998. Non potevo più tollerare la violenza che si annidava ovunque. La città veniva annientata, giorno dopo giorno, davanti ai miei occhi; vedevo la sua immagine brillante appannarsi e la vedevo rinunciare alla sua fierezza; sentivamo che vacillava avvolta da una impalpabile foschia. E noi, i suoi figli, non avevamo mai smesso di compiangerla, sin dal 1980, quando era scoppiato il conflitto tra il regime e l’esercito del regime da una parte e il partito dei Fratelli Musulmani dall’altra.

Non era stata una guerra devastante, ma necessaria al regime per addomesticare tutta la Siria, in particolare Aleppo, e dichiarare che l’intero paese era stato messo in ginocchio, e che il popolo avrebbe imparato cos’era l’umiliazione e camminato a testa bassa per secoli. Il regime era convinto che tutto sarebbe finito, che l’ordine sarebbe stato ripristinato, e anche noi avevamo la sensazione che sarebbe stato impossibile uscire da quella bottiglia in cui eravamo stati infilati e che “non aveva più nemmeno un collo stretto”, una bottiglia sigillata per sempre. Ci eravamo trasformati in cavie da laboratorio e, una volta scaduto il periodo di garanzia, ci avrebbero buttati nell’immondizia e loro avrebbero riprodotto cavie più mansuete, disposte a obbedire ciecamente.

La lettura continua qui, sul sito del Festival Letterature di Roma. Invece qui trovate l’originale in arabo, così se volete esercitarvi con la traduzione potete farlo.


 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...