Gli altri film che ho visto al Middle East NOW

Come vi dicevo ieri, grazie alla piattaforma MyMovies (grazie di cuore, un’idea geniale) ho potuto vedere un bel po’ dei film e dei documentari in programma al Middle East NOW Festival di Firenze, che si è concluso domenica sera. Non tutti i film proiettati a Firenze sono stati messi su MyMovies – ad esempio Gaza Mon Amour dei fratelli Tarzan e Arab Nasser non c’era – ma sono comunque riuscita a vedere molti di quelli che avevano stimolato il mio interesse. Li suddivido tra documentari e fiction: non parlerò estesamente di tutti perché sennò rischio di farvi addormentare, ma spero di darvi qualche suggerimento utile in caso voleste approfondire.

DOCUMENTARI

Countryman (Hassenein Khazaal, 3’, Iraq/Francia, 2019)

Minidocumentario, che incrocia un po’ la finzione, di 3 minuti che fa capire benissimo cosa voglia dire essere esuli in un paese straniero, ma essere ancora abitati dal proprio paese di origine. Un uomo cammina per le strade di Parigi e continua a pensare all’Iraq e ai suoi connazionali che rischiano la vita per manifestare il governo, la corruzione e la violenze della milizie. Perfetto esempio di come anche in pochissimi minuti di assoluta poesia si possa trasmettere il significato di esilio e di nostalgia, in sostanza di ghurba, per dirla in arabo.

Tiny Souls (Dina Naser, 86’, Giordania/Qatar/Francia/Libano, 2019)

Questo documentario della documentarista Dina Naser segue la famiglia della piccola Marwa e dei suoi nove fratelli, scappati dal loro paese vicino Dar’a, in Siria. Dina li conosce nel campo di Zaatari, in Giordania, gestito dall’UNHCR, quando Marwa ha poco più di 12-13 anni. Insieme alla sorellina Ayah, al fratellino Mahmoud e ad altri fratelli e sorelle vivono con la mamma in una tenda. Sono già dei piccoli adulti, alle prese con i problemi della mancanza dell’acqua, del gas, della corrente. Zaatari è una distesa gigantesca di tende e baracche, più grande di Amman e Jerash insieme, ricorda Marwa. La documentarista segue la famiglia di Marwa per quattro anni, durante il loro trasferimento ad Amman e successivo ritorno a Zaatari (“perché ad Amman la vita è troppo costosa”, spiega Marwa che nel frattempo è cresciuta ed è diventata una piccola donna, suo malgrado), fino a perderne le tracce dopo che Marwa e i suoi fratelli sono costretti a tornare in Siria. In genere non amo tantissimo i film o i documentari che insistono sulle tragedie vissute dai minori: mi sembra un tipo di filmografia che indulge sul sentimentalismo. Ma in effetti è difficile non provare dolore ed emozione per la sorte di questa famiglia, simbolo di ogni famiglia siriana che si è trovata intrappolata in una tragedia dalle dimensioni gigantesche.

Hajwalah (Rana Jarbou, 21’, Arabia Saudita, 2015)

Sapete cosa è il tafheet? Fino a prima di vedere questo interessantissimo documentario non lo sapevo neanche io. È il drifting (anche chiamato hajwalah), ma rimodulato in Arabia Saudita. A spiegarlo alla regista del film è un giovane di Riad, Rakan, che di giorno lavora in ufficio e quando può va a correre con la sua macchina facendo i classici testa-coda nel deserto, che nel regno saudita sono illegali. Sullo sfondo, la regista ci porta a conoscere le gigantesche trasformazioni della capitale saudita, in cui pure essendo nata non riesce a riconoscersi: i suoi abitanti sono come delle monadi, come il protagonista del film, che quando stacca dal lavoro torna a casa e non esce quasi mai. A Riad non ci sono molti spazi pubblici né occasioni per socializzare: gli hobby di Rakan sono il tafheet e la realtà virtuale.

Beirut, la vie en rose (Èric Motjer, 73’, Spagna/Libano, 2019)

Il Libano e Beirut visti dall’osservatorio privilegiato di quattro delle più ricche e famose famiglie cristiane libanesi (ovviamente prima dell’esplosione di Beirut dello scorso 4 agosto), che vivono in una bolla completamente scollegata dalla realtà. Ci sono gli eredi della famiglia Sursock, che raccontano con nostalgia di un tempo in cui Beirut era tra le città più bella e luminosa di tutta la regione e che vivono ancora in uno dei palazzi più eleganti della capitale libanese (semi-distrutto dall’esplosione), ma non disdegnano di aprire un ristorante negli spazi di un grande albergo ora in decadenza, che si trova sulla strada principale vicino al confine siriano: quando in Siria comincerà la ricostruzione, spiega Roderick Sursock, tutti i siriani impegnati nelle attività di ricostruzione passeranno dal Libano e precisamente da quella strada. E ancora la famiglia Edde, che vive in un palazzo a Byblos/Jbeil contornato da giardini popolati di pavoni, o i ricchi libanesi emigrati di ritorno dal sud America, che tornano a investire in centri commerciali e ristoranti al confine con la Siria. Feste lussuose, botox, botulino e volgarità varie condiscono questo affresco pacchiano e sorprendente, che in alcune scene non può non riportarci alla mondanità kitsch e decadente rappresentata da Sorrentino nel suo La grande bellezza.

Ayouni (Yasmin Fedda, 75’, UK/Qatar, 2020)

Ovvero, i miei occhi, il mio amore. Gli occhi e l’amore della siriana Noura Ghazi, vedova dell’attivista e informatico Bassel Khatabil Safadi, e quelli delle sorelle e del fratello di Padre Paolo dall’Oglio: entrambi fatti sparire in Siria anni fa (tra il 2012 e il 2015), entrambi avevano sperato e si erano spesi per costruire una Siria democratica e libera dalla dittatura, di entrambi non c’è certezza della sorte subita. Le loro storie vengono raccontate con dolcezza ed emozione in questo documentario che si snoda in più anni (ci sono immagini di Abuna Paolo a Mar Mousa, o di una giovane Noura Ghazi, appena fidanzata con Bassel Safadi) e in più paesi. Abuna Paolo e Bassel Safadi sono solo due degli oltre centomila scomparsi forzatamente in Siria, fatti sparire dalle forze governative siriane, che questo documentario intende omaggiare affinchè non si perda la memoria.


FICTION

The Trap (Nada Riyadh, 21’, Egitto/Germania, 2019)

Questo corto ambientato in Egitto mi ha davvero sorpresa. Il tema è quello della violenze fisica e psicologica contro le donne: i protagonisti sono una coppia di giovani fidanzati, che va a passare qualche giorno in una casa al mare per avere un po’ di privacy. Scopriamo però che lui è un violento e che lei vorrebbe approfittare di questa vacanza al mare per lasciarlo: l’epilogo è desolante, come l’ambientazione scelta, una casa sgangherata e sporca in una desolata cittadina di mare, in inverno. È la prima volta che mi capita di vedere una scena di violenza sessuale in un film arabo e di vedere trattato il tema del machismo e della violenza domestica contro le donne. Il film ha debuttato a Cannes nel 2019.

Between Heaven and Earth (Najwa Najjar, 95’, Palestina/Islanda/Lussemburgo, 2019)

Lungometraggio della regista di origini palestinesi Najwa Najjar, che affronta il tema dell’occupazione in questo road movie ambientato in Palestina, tra Ramallah, le Alture del Golan e il nord di Israele. Protagonista è una coppia di giovani palestinesi (lei di cittadinanza israeliana, lui di Ramallah) che stanno per divorziare: il giudice però blocca la pratica perché dai documenti risulta che il padre di lui, noto attivista palestinese ucciso in un attentato a Beirut, avesse come ultima residenza un indirizzo in Galilea. Per risolvere il mistero e poter divorziare, i due si imbarcano in una viaggio tra Cisgiordania e Israele (che nella realtà è stato girato in 24 giorni con notevoli problemi logistici), che li porterà a scoprire una storia d’amore inaspettata, a fare incontri sorprendenti, e a risolvere il loro personalissimo conflitto. Stupenda la colonna sonora, dove figura anche la algerina Souad Massi; il film è molto gradevole, grazie anche agli splendidi scorci che la Palestina regala, ma forse un pochino lento. Vincitore del Naguib Mahfouz Award for Best Screenplay al Cairo International Film Festival 2019.

Brotherhood (Meryan Jobbeur, 25’, Tunisia/Canada/Qatar/Svezia, 2018)

Tempo fa non so dove avevo scritto che a volte per capire la realtà, la fiction funziona meglio dei documentari e della saggistica. È proprio il caso di questo intensissimo e duro cortometraggio, ambientato nel sudest della Tunisia: una famiglia povera ma piena di dignità è sconvolta dal ritorno a casa del figlio maggiore, foreign fighter in Siria per lo Stato Islamico, che porta con sé una moglie giovane e rinchiusa nel suo niqab. Il padre, interpretato da un eccezionale Mohamed Graya, rifiuta con rabbia e disprezzo il ritorno del figlio e la giovane nuora. Il rimprovero del padre, il rimorso del figlio, la loro relazione disfunzionale e soffocante fanno capire meglio di qualsiasi libro o articolo quanto – anche – la partenza dei giovani tunisini verso la Siria e l’Iraq fu un urlo di emancipazione, un bisogno di affrancarsi da un presente povero, disgraziato e senza speranze, e non solo la fascinazione verso l’estremismo religioso. Un tema che avevo affrontato dal punto di vista della letteratura, in questo articolo uscito su Internazionale qualche anno fa. Ho trovato il film integrale a questo link YouTube, se volete vederlo sottotitolato in inglese. È anche vincitore di numerosissimi premi internazionali, come ricorda qui il Festival del Cinema africano, Asia e America Latina.

The Wedding Dress (Mohammed Salman, 23’, EAU, 2016)

Sono invece rimasta un po’ delusa da questo cortometraggio saudita, che affronta il tema della superstizione nel mondo arabo (o almeno così mi è parso di capire). Secondo un detto, una sarta che abbia l’ardire di cucire il proprio abito da sposa è destinata a morire. Tutto il film gioca su questa ambiguità, tra la vita e la morte, attraverso una giovane donna, in procinto di sposarsi, e sua madre, nota sarta. La prima chiede alla madre di cucire il proprio abito con cui partecipare alle sue nozze, ma la donna è combattuta tra il voler accontentare la figlia e il lasciarsi andare alle proprie paure. Un po’ lento e ingenuo.

Selfie Zein (Amira Diab, 11’, Palestina, 2019)

Zein è una palestinese di Betlemme che si reca a Gerusalemme per pregare alla Moschea di al-Aqsa dopo che Donald Trump ha annunciato di aver riconosciuto Gerusalemme come capitale dello stato di Israele. Nel corso di queste corto, girato come se stesse filmando con il suo cellulare, per girare tra i vicoli di al-Quds, Gerusalemme, e superare guardie, occhi indiscreti, e il muro di separazione la giovane donna si trasforma in ebrea, cristiana e palestinese. Alla fine non sappiamo più chi sia Zein, ma importa davvero?

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