Sulla traduzione editoriale dall’arabo

Sull’ottima rivista di traduzione tradurre. Pratiche teorie strumenti, qualche giorno fa è stata pubblicata una lunga intervista a Elisabetta Bartuli, traduttrice editoriale dall’arabo, docente di traduzione, divulgatrice, esperta e lettrice di letteratura araba – nonché amica e preziosa confidente della qui presente blogger di editoriaraba.

Bartuli negli anni ha tradotto alcuni degli autori arabi più famosi e amati di tutta la letteratura araba contemporanea: dal libanese Elias Khoury, all’egiziano Sonallah Ibrahim, dall’irachena Inaam Kachachi, al palestinese Mahmud Darwish. In questa lunga e divertente intervista con Paola Mazzarelli ha raccontato come è diventata traduttrice dall’arabo, e ancora prima, come ha incontrato la lingua araba. Ma soprattutto, Elisabetta Bartuli racconta cosa voglia dire per lei tradurre la letteratura araba in Italia, come funziona il mercato editoriale arabo e quello italiano e del perché i traduttori editoriali dall’arabo debbano evitare alcune piccole trappole. In cui c’entrano anche i paesini del bassanese.

Mi piacerebbe consigliare la lettura di questa intervista non solo ai traduttori, ma anche agli studenti di arabistica delle università italiane. Voi che leggete i romanzi arabi, che magari avete pensato di dedicarvi alla traduzione dall’arabo: le riflessioni di Elisabetta Bartuli possono esservi preziose. Per quanto mi riguarda, le ho fatte mie da molto tempo, grazie anche a lunghe chiacchierate con Elisabetta, e di questo la ringrazio di cuore. Buona lettura.

“Rispettare l’altro non significa tradurlo alla lettera. Anzi, nel caso dell’arabo è il contrario. Parola di Elisabetta Bartuli”

La prima domanda è di prammatica. Come comincia la tua vita di traduttrice dall’arabo?

Come ho cominciato? Ho cominciato leggendo. Sembra banale, ma la lettura è la base, la vera base di tutto. Ho cominciato a tradurre perché ero una forte lettrice. Leggere era la mia grande compagnia. Mi piaceva tanto perché fondamentalmente mi permetteva di essere nomade, pur restando sedentaria.

Già, quando la lettura è la grande scoperta del mondo.

Parte da lì, la mia vita di traduttrice. Avevo una vecchia zia, la sorella di mia nonna, che mi ha fatto un po’ lei da nonna. Sosteneva che a quattordici anni dicevo già che volevo tradurre. Io non me lo ricordo, ma di lei mi fido, sarà stato così. Ma credo che alla base ci fosse un desiderio di condividere. Intendo dire: ci sono cose che hai voglia di far leggere a qualcun altro. Tradurre è un po’ questo. Io poi un po’ di dimestichezza con le lingue l’ho sempre avuta, perciò ho sempre letto in più lingue. Fermo restando che a me piace, per piacere mio, leggere in italiano.

Ma tu sei nata al Cairo. La tua famiglia stava là?

Mia mamma era egiziana. La sua famiglia era di Aleppo, quindi siriana di origine. Ma si erano trasferiti in Egitto – era una cosa che all’epoca succedeva comunemente – e poi avevano preso la nazionalità egiziana. Mio padre, che era vicentino, era laureato in chimica e nel ’48, credo, è andato a lavorare al Cairo come direttore di una tintoria industriale. È partito per stare via un anno o due e ci è rimasto per dieci abbondanti. Nel frattempo ha conosciuto mia mamma e sono nata io. Più avanti, con tutto quel che è successo in Egitto, ha dovuto portarci entrambe qui, prima a Milano per un breve periodo e poi a Vicenza.. C’è e non c’è, un mio rapporto con l’arabo fin dall’infanzia. Non è che io mi senta mezza araba. Ho una serie di ricordi indotti che mi hanno fatto sempre pensare a quei posti come posti “normali”. Ecco, questa è forse la cosa che mi distingue un po’: non ho mai avuto l’idea che là fosse un altrove esotico. Erano posti che esistevano, soprattutto nei ricordi di mio padre. Lui era innamorato della sua vita in Egitto. Comunque, io mi sento italiana al cento per cento. Sono cresciuta parlando francese in casa, almeno fino a un certo punto, perché era la lingua comune dei miei genitori. Mio padre l’arabo non lo aveva mai imparato. Mia madre parlava il dialetto egiziano con la sua famiglia, però aveva fatto scuole francesi e inglesi, quindi, come ho detto, a casa si parlava francese. Lei poi era rapidissima a impararle, le lingue. Ha imparato l’italiano in quattro e quattr’otto e quando siamo venuti qui siamo passati all’italiano.

Tu però l’arabo l’hai sentito da piccola.

L’ho sentito, sì. Ma non lo parlavo. Avevamo tutta una serie di espressioni familiari che erano arabe, molte parolacce soprattutto. Ma del fatto che in qualche modo l’avevo nell’orecchio me ne sono resa conto molto più avanti, una volta che sono andata in Tunisia. Ero con una mia amica, abbiamo preso l’autobus e c’erano due ragazzi che chiacchieravano dietro di noi. A un certo punto l’amica dice, mamma mia, questa lingua è un rumore! Proprio la parola rumore ha usato. E io ho detto, no, non è un rumore. Non capisco cosa dicono, ma sento le parole, sento la struttura, cioè sento come funziona. È da lì che poi ho cominciato a studiarlo.

La lettura continua sulla rivista tradurre a questo link.

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