L’Egitto dei suoi scrittori

Su minima e moralia, il blog culturale di Minimum Fax, è apparsa una nuova puntata della rubrica di Mario Valentini dedicata agli scrittori arabi contemporanei.

Dopo averci parlato degli autori libanesi, di Nagib Mahfuz, Habib Selmi e Ghassan Kanafani, Valentini torna in Egitto per raccontarci dei romanzi di Sonallah Ibrahim e dei tormenti dell’Egitto di oggi, la cui brutale dittatura l’Italia ha scoperto solo recentemente, e solo – amaramente – dopo l’uccisione di Giulio Regeni. Ma Valentini ci ricorda di come sia Mahfuz eIbrahim avevano già raccontato nei loro affreschi narrativi i temi che l’Italia scopre oggi: le sparizioni misteriose, le torture in carcere, le atmosfere kafkiane, la brutalità dei militari, la disumanità dei regimi, il suicidio di una nazione che perde i suoi pezzi migliori: i giovani, gli intellettuali, gli studenti. Buona lettura.

Sonallah Ibrahim e e l’opposizione degli scrittori egiziani al regime militare – di M. Valentini

Dopo la morte di Giulio Regeni, grazie soprattutto all’ostinazione della famiglia del giovane ricercatore, l’opinione pubblica italiana ha avuto modo di conoscere la dura repressione in atto in Egitto contro gli oppositori politici. I genitori di Regeni hanno infatti avuto la capacità di legare l’atroce uccisione del figlio alla più estesa vicenda della persecuzione politica nei confronti degli stessi attivisti, scrittori e ricercatori egiziani. Sono così state raccontate anche dalle cronache italiane, sebbene in modo sparso, le vicende di diverse persone che hanno pagato un prezzo più o meno caro per le loro posizioni politiche o per quanto hanno scritto. Come Ahmed Naji, scrittore e blogger egiziano condannato a due anni di carcere per le sue pubblicazioni, o Alaa Abd el Fattah, attivista arrestato due volte (nel 2006 e nel 2011) e condannato nel 2015 a quindici anni di carcere per avere contestato il potere militare.

Proprio loro due sono stati protagonisti nel mese di maggio, da assenti, di alcune delle iniziative previste dal Salone del libro di Torino, che quest’anno ha dedicato una sezione corposa alla cultura araba. Da più parti la si è descritta come una proposta piuttosto confusa.

Il rapporto intercorso, negli anni, tra molti degli scrittori egiziani e i governi militari al potere nel loro paese, è stato spesso molto conflittuale. Tale rapporto appartiene pienamente alla storia della letteratura egiziana e ha forse in Sonallah Ibrahim la sua figura più emblematica.

In attesa di potere leggere per intero il libro che è costato la carcerazione a Ahmed Naji, si possono insomma reperire in Italia altri romanzi che raccontano, in varie forme, la censura e la repressione messa in atto dai regimi militari negli anni in Egitto.

Il libro di Naji, in corso di traduzione, verrà pubblicato in Italia inautunno dalla casa editrice Il Sirente con il titolo Vita: istruzioni per l’uso (blog come Editoria Araba hanno pubblicato estratti dei passaggi incriminati. Si possono leggere qui).

Allegato al domenicale del Sole 24 ore invece, credo fosse aprile, è stato venduto in edicola Karnak Café di Nagib Mahfuz, un breve romanzo interamente incentrato sulle persecuzioni e sulle torture del regime militare egiziano negli anni ’60, ai tempi di Nasser e dell’ascesa al potere di Sadat. A fine 2015, inoltre, è uscito per Calabuig Le stagioni di Zhat, terzo romanzo tradotto in italiano del grande scrittore egiziano Sonallah Ibrahim, di cui già erano stati pubblicati La commissione (Jouvence, 2003) e Warda (Ilisso, 2005).

Il Karnak Café del romanzo di Mahfuz è un locale gestito da una bella e affascinante ex-danzatrice, Qurunfula. Qui si danno convegno ogni sera i personaggi più vari. Tra i molti anziani che passano il loro tempo a chiacchierare, una sera fa la sua apparizione un gruppo di giovani avventori. Tra loro: Hilmi Hamada, Isma’il al Shaykh e una ragazza, Zaynab Diyab.  Sono studenti universitari, figli di quella rivoluzione socialista che presto devasterà le loro vite.

Incominciano a frequentare assiduamente il Karnak Café. Tra Hilmi Hamada e Qurunfula nasce un’intensa, segreta passione. Zaynab e Isma’il, invece, sono innamorati da quand’erano ragazzi. Hanno addosso l’inquietudine tipica della loro età, e una gran voglia di farsi domande. Ma non militano in nessuno dei movimenti d’opposizione messi al bando dal regime: non fanno parte dei Fratelli Musulmani né delle organizzazioni comuniste perseguitate dalla giunta militare al potere. La loro inquietudine è tutta interna alla rivoluzione socialista, mira a dare piena realizzazione agli ideali rivoluzionari.

Ma – dice il narratore – era “un’epoca di poteri invisibili: spie che aleggiavano persino nell’aria che respiravamo, ombre nella piena luce del giorno”. I giovani studenti improvvisamente spariscono, la preoccupazione cresce tra gli avventori del bar e la disperazione in Qurunfula, che nulla sa più del suo Hilmi Hamada. È una fase della storia egiziana che Mahfuz definisce come Terrore, i frequentatori del bar sono informati del fatto che ci sono arresti a tappeto, raccontano di carcerazioni al di fuori di qualsiasi codice legale, senza udienze giudiziarie né diritto alla difesa, di torture avvenute in assenza diun’accusa precisa. Il narratore commenta, parlando del Karnak Café ma riuscendo a fare del locale il simbolo dell’intero Egitto: “senza di loro questo locale è insopportabile. Le uniche persone rimaste, ormai, sono quei vecchi che si sono completamente dimenticati degli altri clienti in prigione: eccoli lì che fingono di dimenticare il terrore e la politica, seppellendosi nelle preoccupazioni personali”.

Passa un tempo lunghissimo prima che i giovani studenti tornino a frequentare il bar, e qualcuno di loro manca. Tornano avvolti da un’inedita tetraggine, trasformati dentro, non raccontano nulla di quanto successo, solo un nome circola, quello di un ufficiale di polizia, tale Khalid Sawfan, che si scoprirà essere stato il loro torturatore. Nel giro di qualche anno spariranno tre volte. Torneranno sempre più tetri e devastati, sospettosi l’uno verso l’altro, privati della loro gioventù e dei loro stessi ideali, senza più nessuna fiducia verso quelle istanze rivoluzionarie che pure avevano appoggiato: “i loro volti erano cambiati. Con la testa rasata, avevano un aspetto strano, e l’antica scintilla giovanile nei loro sguardi era sparita, sostituita da un’espressione apatica”. Nel locale cresce il sospetto reciproco e la paura: “Cominciammo a sospettare di tutto, perfino delle pareti e dei tavoli. Ero assolutamente meravigliato dalle condizioni in cui si trovava la mia patria. A dispetto di tutte le scelte sbagliate, guadagnava potenza e prestigio, espandendosi continuamente e ingrandendosi. Produceva merci di ogni genere, dagli aghi ai razzi, e instradava l’umanità in una direzione nuova e meravigliosa. Ma a che serviva tutto questo, se il popolo era così debole e oppresso da non contare nulla, se non aveva diritti civili, onore e sicurezza, e se veniva schiacciato dalla codardia, dall’ipocrisia e dalla desolazione?”.

(Continua qui, a ne vale davvero la pena)

 

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