video Adania Shibli e gli artisti palestinesi contemporanei: l’arte e la scrittura per rintracciare l’invisibile

Adania Shibli con Costanza Ferrini
Adania Shibli con Costanza Ferrini

I colori, il rumore, il silenzio, le parole, i tremiti, il movimento dei corpi, delle foglie, del vento. Un muro. È la vita in un anonimo villaggio della Palestina declinato attraverso le sensazioni, le immagini e il punto di vista particolarissimo di un’ altrettanto anonima “ragazzina” palestinese, la silente protagonista di Sensi, il libro-racconto della scrittrice Adania Shibli, recentemente ospite di un incontro al MAXXI di Roma.

Leggendo questo lungo racconto ho avuto l’impressione di trovarmi all’interno di una realtà ovattata, sospesa, fuori dal mondo. Non fosse stato per i pochissimi accenni all’attualità palestinese sparsi nelle pagine (il fratello morto, forse martire?, l’eccidio di Sabra e Shatila), avrei avuto difficoltà a capire che il libro era ambientato in Palestina.

Nella prosa essenziale, forse minimalista, di Adania Shibli, la Palestina è un disegno abbozzato, uno schizzo fatto di tanti piccoli tasselli disseminati lungo il racconto che alla fine si ricompongono e permettono al lettore di ricostruire la storia narrata.

Sono ricoperti di fiori bianchi e gli spazi vuoti vengono riempiti dal blu del cielo. I contorni del suo abito da sposa si confondono con il muro dietro di lei. Ma lì, nella strada, il bianco spicca contro il nero dell’asfalto e l’azzurro del cielo.

Ne emerge un quadro di vita fatta delle piccole cose della quotidianità: le liti tra le sorelle, un padre assente, una madre austera, la maestra della scuola, il bel vicino dagli occhi verdissimi, l’amore immaginato. Ma anche: l’impossibilità di continuare gli studi, un matrimonio precoce, una terra scarna e crudele, i lamenti funebri delle donne al funerale del fratello morto.

In meno di 100 pagine l’autrice riesce a comunicarci l’essenziale e a trasportarci con l’immaginazione all’interno della vita sospesa e ferma di un villaggio che assurge a paradigma della Palestina contemporanea.

Forse quello descritto da Adania Shibli è un villaggio che non è mai esistito in Palestina. O che non esiste più, distrutto dai carri armati o dalle ruspe israeliani. “Crescere in Palestina vuol dire essere sottoposti al tentativo di Israele di far scomparire i palestinesi”, – ha detto a Roma.

“Noi cresciamo con il senso dell’assenza dei villaggi che non ci sono più ma che un tempo esistevano, e che cerchiamo di rimpiazzare con l’immaginazione. Siamo sempre alla ricerca di una normalità che è andata perduta. I palestinesi sono come dei detective alla ricerca delle tracce di vita scomparsa. Il visibile e l’invisibile sono sempre lì”

ha aggiunto, proseguendo inconsciamente nel solco tracciato dal poeta palestinese Mahmoud Darwish, che sul binomio presenza/assenza e memoria/oblio aveva costruito la sua poetica.

E per dare forza a questa immagine, già di per sé potente, l’autrice ha raccontato l’episodio di una delle tante pinete fatte piantare dagli israeliani sui resti di villaggi rasi al suolo all’indomani della fondazione dello Stato di Israele, nel 1948, nel tentativo di coprire l’orrore. “Per noi quella non è una pineta. Noi lì vediamo qualcosa che non c’è più”, ha detto la giovane scrittrice.

Adania Shibli ha ricordato a me e a qualche altra persona del pubblico una Suad Amiry giovane (sì, anche per l’acconciatura dei capelli!). Spigliata, brillante, intelligente e ironica, ha ricordato che quando l’esercito israeliano era venuto a bussare alla loro casa per parlare con suo padre, attivista politico (“Ma in Palestina siamo tutti attivisti, è impossibile non esserlo!”), i genitori le avevano raccontato che i militari erano venuti a cercarli perchè il padre non aveva pagato le tasse.

“Siamo seri, ma anche un po’ ironici, nella vita, come nell’arte e in letteratura”.

E come lei ci sono molti altri artisti che giocano sul filo dell’ironia per scacciare la tragedia ed esprimere la propria identità.

Artisti che Adania conosce e che ha voluto far conoscere al pubblico presente in sala: come Anas al-Aili, nato nel 1975 a Qalqilia, poeta “timido” autore di una poesia dedicata ai bombardamenti che nel 2002 erano caduti vicino la sua casa.

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O Mohammed Abu Sal, un artista visionario nato a Gaza nel 1976 e autore di un’installazione incredibile chiamata “Metro Gaza”, ispirata ai tanti tunnel sotterranei che collegano Gaza all’Egitto. Abu Sal non solo ha disegnato una mappa della metro che, utilizzando i tunnel esistenti dovrebbe collegare le varie zone della Striscia, ma ha anche posizionato delle finte stazioni della Metro nei vari quartieri di Gaza.

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O ancora l’irriverente Sharif Waked (n. 1964) autore di “Chic Point” una sfilata di moda ispirata ai checkpoints israeliani disseminati lungo il territorio palestinese (qui un pezzo del video).

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Tutti questi artisti, Shibli compresa, utilizzano il paesaggio e l’immaginazione per esprimere la propria identità e sfuggire al tentativo di annientamento.

L’arte e la scrittura si confermano, ancora una volta, strumento per esistere, resistere e sopravvivere di fronte all’oblio della storia.

***

In questo breve video che segue l’autrice legge in arabo un brano tratto da un suo racconto tradotto in italiano e pubblicato nel catalogo della mostra fotografica The Sea is my Land. Protagonista è un piccolo orologio da polso e il tempo che scompare nella violenza che subisce il protagonista, come metafora dell’invisibilità che colpisce il paesaggio della Palestina.

[Sensi è stato pubblicato nel 2007 da Argo Editrice (Lecce). Traduzione dall’arabo e cura di Monica Ruocco].

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