“Vicolo del mortaio”: la narrazione, l’umanità e le storie di Nagib Mahfuz

Non è mai troppo tardi per rileggere i classici della letteratura araba o, magari, leggerli per la prima volta. Lucilla Parisi scrive oggi per editoriaraba di Vicolo del mortaio, romanzo tra i più importanti e conosciuti del Premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz (1911 – 2006). Come sempre, buona lettura.

di Lucilla Parisi*

vicolo del mortaioVicolo del Mortaio è un luogo che potrebbe essere ovunque nella sua pacata immobilità. Le vite dei suoi abitanti sono scorci di un’umanità stanca e appesantita dagli eventi. La povertà, la guerra, la precarietà hanno qui un significato universale e raccontano di giornate spese a sopravvivere all’oblio e alla morte. Volti disegnati con abilità e attenzione da chi conosce il mondo che rappresenta e lo descrive con il giusto distacco.

Il Cairo di queste pagine è solo un frammento della città durante la seconda guerra mondiale, guerra che dagli abitanti del Vicolo – soprattutto tra i giovani – viene vissuta come l’inizio di un cambiamento, seppur temporaneo, fatto di traffici di merci e di opportunità.

Hussein Kirsha, figlio del proprietario del caffè, rifugge sprezzante la vita del quartiere proprio per cercare fortuna nel conflitto:

Con lo scoppio della guerra, aveva preso servizio nelle guarnigioni dell’esercito britannico, dove riceveva trenta piastre al giorno contro le tre del suo primo impiego […] Si dava alla bella vita con sfrenato entusiasmo.

Hamida, sua sorella di latte, convinta di essere destinata – come il fratello – ad un’esistenza di agi ingaggia con il Vicolo una lotta fatta di intrighi e di latente ribellione, in attesa dell’uomo che, con la sua ricchezza e il suo amore, saprà riscattarla da una vita di rinunce. Il giovane Abbas al-Helwu, per amore di Hamida, abbandona il luogo in cui vive e lavora per cercare fortuna in guerra e tornare con le tasche gonfie di denaro, sufficiente a soddisfare la vanità e l’avidità della ragazza.

I più anziani sono osservatori stanchi della propria esistenza, inframmezzata da slanci di ingenua e goffa vitalità e da mal celate contraddizioni: come il ricco padrone del bazar che, ogni giorno, si fa preparare un piatto di farik (composto di carne di piccione mischiata a polvere di noce moscata) – un alimento afrodisiaco – capace di regalargli, durante la notte successiva, ore intere di voluttà con la moglie, nonostante bruci di passione per la giovane Hamida; o padron Krisha, che è dedito al consumo di hashish e alla frequentazione di ragazzi abbordati e condotti nel suo caffè per soddisfare le sue pulsioni più profonde, ben note ormai all’intero quartiere e alla moglie; o, ancora, come Sayyid Ridwan al- Hussein, uomo stimato e venerato da tutti per la sua incrollabile fede in Dio e per la cieca fiducia nell’umanità, ma incapace di portare nella propria casa il messaggio di pace e speranza che diffonde con tanta facilità fuori dalle mura domestiche.

Nel Vicolo ci sono storie che si raccontano da sole. Il tempo scorre inesorabile ed è scandito solo dal ritmo degli eventi, vicini e lontani, il cui racconto passa di bocca in bocca, di bottega in bottega, dall’alba sino al tramonto, per dissolversi poi nell’oscurità della notte.

Il mattino rischiarò il Vicolo e un raggio di sole colpì la parte più alta del muro del bazar e del negozio di barbiere. Songor, il garzone del caffè, riempiva un secchio e bagnava per terra. Cominciava un’altra pagina di vita quotidiana e gli abitanti del Vicolo davano silenziosamente il benvenuto al nuovo giorno. […] Così la vita tornava a scorrere nel Vicolo nel modo consueto, […] ben presto ogni notizia si smorzava in quel lago placido e stagnante, dove, al giungere della sera, gli avvenimenti del mattino svanivano nell’oblio.

Accostarsi alla scrittura del Premio Nobel Nagib Mahfuz, autore di decine di romanzi, significa ritrovare il piacere della lettura senza compromessi ed immergersi nel flusso di una narrazione da cui è difficile separarsi senza provare nostalgia. Ho camminato nel Vicolo del Mortaio, ho preso un tè nella bottega di padron Kirsha, mi sono persa nel bazar di Sayyid Selim Alwan e ho guardato dalle finestre socchiuse di Hamida, senza mai perdermi.

Vicolo del Mortaio è un romanzo fatto di persone e di luoghi reali in cui tornare e rivivere suggestioni ed emozioni dimenticate.

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Vicolo del Mortaio di Nagib Mahfuz – (Settembre 2011 – 17^ edizione Feltrinelli); traduzione dall’arabo di Paolo Branca. Prima edizione in lingua araba uscita nel 1947 col titolo Zuqaq al-Midaq.

* Lucilla Parisi si occupa da anni di letteratura e collabora con diverse riviste e blog letterari tra cui i-Libri.com e Scoprire Istanbul Magazine. Ha moderato all’interno di importanti manifestazioni del mondo editoriale, da ultimo Bookcity Milano, oltre ad aver intervistato scrittori e giornalisti internazionali. Ha un debole per gli scrittori arabi e sudamericani, ma predilige la letteratura “al femminile”.

4 commenti

    • le ” cronache” sono uscite nel 1946 e “il vicolo” nel 1947. Anch’io ci ho pensato spesso, ma ho pensato anche che questo non toglie nulla alla straordinarietà di entrambe le opere.

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