“Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese”

Sabato pomeriggio con Arabismo abbiamo presentato Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese, di Simone Sibilio (Edizioni Q, 2013). Avevo preparato una breve introduzione, l’ho un po’ ampliata e quindi eccola qui.

Nakba - Copia modificataVi ricorderete che qualche settimana fa, in occasione della celebrazione dei 65 anni dalla Nakba, la comunità palestinese di Roma e del Lazio aveva invitato lo scrittore e giornalista Ahmad Rafiq Awad. Lo avevo incontrato a Roma e gli avevo chiesto che cosa volesse dire celebrare una disfatta, una tragedia così lontana nel tempo e che lì sembrava chiusa. Mi aveva risposto: a ricordare al mondo che il popolo palestinese esiste e resiste ancora.

Forse qualcuno si chiederà perchè sia necessario ricordarsi dell’esistenza di un popolo.

Perchè la Nakba, come dice anche Simone Sibilio nel suo libro, non è finita nel 1948. La Nakba esiste ancora oggi. Da 65 anni in Palestina sono in atto pratiche di cancellazione di un popolo, della sua identità e della sua memoria storica e culturale per sovrapporne un’altra, quella dominante. Dal ’48 la vita e la memoria dei palestinesi sono state declinate nel senso dell’instabilità: dispersione, deterritorializzazione, campi profughi, esilio, diaspora, cancellazione del paesaggio, distruzione degli archivi, dei villaggi, sovrascrizione dei nomi. Molto è andato perso, molto è stato distrutto, molti palestinesi hanno voluto dimenticare e non parlarne più. Non tutti però.

Tutto ciò che non è andato perduto si è conservato nella memoria culturale, ovvero in una memoria mediata e collettiva, che traduce la memoria vivente dei testimoni e trasmette l’esperienza alle generazioni future. Questa memoria interviene per raccontare gli eventi traumatici che non sono più esperibili o ricostituibili quando il trauma è stato così forte da sopraffare l’uomo.

Ed ecco quindi spiegato il titolo e l’obiettivo di questo libro, importante e ambizioso: indagare la produzione culturale palestinese legata al ricordo traumatico della Nakba.

Le opere di poesia e di prosa selezionate dall’autore testimoniano come il ruolo della letteratura sia quello di servire da strumento per recuperare le tracce di un passato traumatico, attraverso elementi e simboli che riattivano il ricordo e confermano la presenza palestinese su un territorio da cui si è voluta eliminare ogni traccia di presenza.

Hanno quindi una funziona positiva: recuperano il passato per consegnarlo al futuro senza renderlo patologico.

Ecco perchè i temi portanti del libro sono due binomi: oblio/memoria, presenza/assenza: si scrive e si lotta per tenere viva le memoria e non fare che la minaccia dell’oblio si conretizzi, ma anche per ricordare al mondo che il popolo palestinese non è fatto di assenti, come si è voluto raccontare, ma di presenti, oggi e domani.

La letteratura quindi sfida l’oblio della storia. È pericolosa perchè racconta ciò che la storia ufficiale tace o ha cercato di nascondere.

Il saggio di Sibilio è un testo di critica letteraria, ma è anche un invito a rileggere i testi di Darwish, Habibi, Natur, Kanafani, Zaqtan, Nasrallah, e dei tanti altri poeti e scrittori citati, sotto un’altra lente: quella del recupero della memoria. E sono sicura che il lettore, rileggendo le parole di questi autori, guidato dall’analisi di Sibilio, non potrà che chiudere il libro sentendosi molto più consapevole e partecipe di quando l’aveva aperto.

Chiudo questo post con un brano tratto da Una memoria per l’oblio di Mahmoud Darwish (a cui tra l’altro il libro di Sibilio è dedicato) che parla dell’odore del caffè. Come dice Sibilio nel libro: “ [il caffè per Darwish] è un luogo, un simbolo di una memoria che si affranca dalle inquietudini del presente e indica la via del ritorno”:

L’odore del caffè è un ritorno, un essere ricondotti alle origini, poichè deriva dall’essenza del luogo d’origine; è un viaggio, iniziato da migliaia di anni, che continua a ripetersi. Il caffè è un luogo. Il caffè: pori che fanno traspirare l’interno verso l’esterno. Una pausa che unisce ciò che solo lui può unire: l’odore del caffè. Il caffè è il contrario dello svezzamento: è una mammella che allatta gli uomini da lontano. È un mattino generato da un sapore amaro, latte di virilità. Il caffè è geografia.

A Roma il libro è acquistabile da Griot. Chi non fosse a Roma, può contattare l’editore all’email: info@edizioniq.it. La prossima presentazione si terrà a Napoli il 30 giugno al Caffè arabo di piazza Bellini.

(Grazie a tutti coloro che – numerosissimi – sono venuti sabato pomeriggio!)

Copyright @Iolanda Frisina
Copyright @Iolanda Frisina

6 commenti

  1. Sono veramente felice di aver trovato questo sito, sono anni che cerco tutto il possibile da leggere sulla storia della Palestina tramite i suoi scrittori. Recentemente sono riuscita a trovare un discreto numero di libri di Kanafani, Khalifa e Suad Amiry, ma non quanti ne vorrei leggere. Cerco anche di farli conoscere a mia volta, non so dirti perché, ma é qualcosa che ho dentro il cuore da tanto tempo e che mi ha fatto sempre seguire le vicissitudini di questo popolo. Grazie quindi per le tue preziose informazioni.

    • Oltre agli autori che hai citato, sulla Palestina consiglio di leggere “La danza dello scorpione” di Akram Musallam (traduzione di Leila Mattar, Il Sirente 2011), è un libro breve, ironico e tagliente, veramente bello. E poi un classico, “La porta del sole” di Elias Khuri (traduzione di Elisabetta Bartuli, Einaudi 2004). Buone letture!

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