Edward Said e la forza della letteratura che “fa traballare gli idoli” orientalisti

SAID-EW_orientalismo1Ieri ho ripreso in mano Orientalismo di Edward Said (Feltrinelli, 2004), per cercare qualche spunto per una recensione che sto scrivendo in questi giorni. Non lo sfogliavo da un po’ di tempo e l’ho aperto a casaccio, rileggendo frasi che mi ero appuntata a matita qui e là, quando lo avevo studiato per un esame all’università.

Dopo poco l’occhio mi è caduto su pagina 288 (all’ultimo capitolo dal titolo L’orientalismo oggi – 4. La fase più recente), attirato dalla parola “letteratura”, che mi ha catapultata in una riflessione del grande intellettuale palestinese sull’ ostentata indifferenza/ignoranza dimostrata, nel periodo del secondo dopoguerra, dagli studiosi statunitensi nei confronti della letteratura prodotta nei paesi arabi.

Nel capitolo da cui ho estrapolato il brano che segue, Said fa il punto della situazione in cui si trovava l’Orientalismo dal 1945 in poi, periodo in cui gli Stati Uniti presero il posto lasciato vacante, sulla scena internazionale, dalle ex potenze coloniali europee, Francia e Gran Bretagna, e cominciarono ad interessarsi di Medio Oriente.

Sebbene gli attori internazionali fossero cambiati, la cecità dimostrata dall’establishment accademico e di potere statunitese era stata pressochè la stessa dei francesi e britannici di qualche decennio prima.

Uno dei tratti più notevoli del modo in cui la nuova scienza sociale americana si rivolge all’Oriente è la tendenza a evitare la letteratura. Si possono leggere pagine e pagine di scritti specialistici sul Vicino Oriente senza incontrare una sola citazione letteraria. Gli esperti sembrano essere interessati soprattutto ai “fatti”, rispetto ai quali un testo letterario sarebbe una fonte di disturbo. Il risultato di questa notevole omissione è che nell’attuale percezione americana l’Oriente arabo o islamico appare come una regione abitata da popoli, per così dire, mutilati, ridotti ad “atteggiamenti”, “tendenze”, dati statistici: in una parola, disumanizzati. Ogni poeta o romanziere arabo (e ve ne sono parecchi) descrivendo le proprie esperienze, i propri valori, la propria umanità (per strano che possa sembrare), infrange gli schemi (immagini, luoghi comuni, astrazioni) tramite i quali l’Oriente viene rappresentato. Un testo letterario parla più o meno direttamente di una realtà viva. La sua forza non consiste nell’essere arabo, francese o inglese; la sua forza non può consistere che nella potenza e vitalità della parola che, per richiamare la metafora di Flaubert nella Tentation di Saint Antoine, fa traballare gli idoli che gli orientalisti sostengono, sinchè questi ultimi devono lasciare cadere i grandi bambini paralitici – le loro idee intorno all’Oriente – che tentano di contrabbandare per l’Oriente vero.

Del brano di Said condivido l’idea che la letteratura rispecchi la realtà, anzi di più: trovo che gli scrittori posseggano quella straordinaria capacità di raccontare il mondo reale in un modo molto più diretto e limpido della politica e dei media, anche perchè possono e sanno umanizzare la Storia e i protagonisti delle vicende che narrano.

Il che naturalmente rende la letteratura un tipo di narrazione estremamente potente, perchè arriva direttamente e senza filtri al lettore, ai lettori, al mondo stesso (quando è in ascolto, il che non accade spesso). E questo discorso lo considero tanto più valido quando ci si riferisce alla letteratura araba, che spesso è stata, e tuttora è, una letteratura impegnata, attenta cioè verso il sociale, il politico e il filosofico.

Di una potenza tale che se letta, analizzata e interiorizzata, avrebbe fatto crollare in un batter di ciglia il castello di analisi e riflessioni dei neo-orientalisti americani sul Medio Oriente.

Vale la pena notare che tra i primi del ‘900 e gli anni ’60: Tawfik al-Hakim aveva già scritto il suo Il procuratore di campagna; Taha Hussein la sua autobiografia I giorni; Muhammad Husayn Haykal il primo romanzo storico egiziano, Zeynab. E ancora, Nagib Mahfuz era intento alla sua Trilogia e la poetessa palestinese Fadwa Tuqan aveva già scritto i suoi primi versi, etc. etc.

Solo per citare “qualche” autore arabo che poteva essere sfuggito agli scienziati sociali americani.

Chissà se oggi li leggono,  o se invece continuano a sfuggirgli.

Un commento

  1. Il problema del rapporto tra scienze sociali e letteratura e’ molto complesso e come tale va affrontato. Il discorso di Said puo’anche essere inteso come critica alla netta separazione esistente tra le varie discipline di studio nel contesto del mondo accademico. Said ha poi sempre criticato anche gli studiosi di letteratura e gli intellettuali, colpevoli secondo lui di isolarsi troppo spesso all’ interno delle torri d’avorio dei loro dipartimenti. La realta’ che conosceva meglio era quella americana, dato che per molti anni ha insegnato alla Columbia University, e proprio quella proponeva il piu’ delle volte come esempio, alla luce anche della posizione preminente – in termini di risorse e produzioni scientifiche – dell’accademia americana . Il rischio che non dobbiamo correre, nell’interpretare Said, e’ quello di cadere nell’occidentalismo o nell’antiamericanismo fine a se stesso. Sono convinto non sia quello che Said si proponeva. Anche se a volte puo’ sembrare….affascinante, e’ un discorso che non porta, credi, da nessuna parte…
    Ciao.
    Max

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