Le parole per dirlo: “I sessanta nomi dell’amore”, di Tahar Lamri

If you talk to a man in a language he understands, that goes to his head.

If you talk to him in his language, that goes to his heart.
(Nelson Mandela)

lamriVi è mai capitato di innamorarvi di un libro fin da subito? Di leggere le prime pagine e capire che quelle parole parlano di voi e della vostra storia? Di immergervi nelle pagine di un libro senza potervi staccare e di tornare a respirare, profondamente, solo dopo averlo terminato? Vi è mai capitato di chiudere un libro e non riuscire a cancellarlo dalla vostra mente?

A me è successo con I sessanta nomi dell’amore, di Tahar Lamri. L’ho terminato qualche giorno fa e quando l’ho chiuso, ho continuato a guardarlo per un lungo momento. Non potevo credere fosse già finito. Impossibile, perchè il libro continuava a parlarmi, comunicava in silenzio con me. Mi diceva di non dimenticarlo, di non abbandonarlo.

I sessanta nomi dell’amore è un libro sulla forza delle parole e sull’importanza del comunicare. Sulla potenza dei significati e della reciproca conoscenza.

Le email che nel corso del libro si scambiano Elena – scrittrice italiana in procinto di scrivere una raccolta di racconti sui sessanta modi con cui in arabo si declina la parola “amore” – e Tayeb, studioso di lingua araba, ci raccontano della nascita di un amore, una passione che va in crescendo, la cui tensione viene interrotta dai racconti scritti da Tayeb, spaccati saltuari e concreti che provengono da un’ Italia in divenire e da un mondo arabo vicino.

Il carteggio amoroso tra Elena e Tayeb è di una dolcezza disarmante dove ogni saluto conclusivo è una piccola storia a sé: “Un sorriso pieno di fiducia”, scrive Elena – “Una carezza leggera”, le risponde Tayeb.

Ma quelle che i due si inviano non possono essere definite solo email: sono missive d’amore, lievi, appassionate, delicate, intense in cui i due si conoscono, si scoprono, si riconoscono, si innamorano, si allontanano e poi ricominciano. Da zero. Dalle parole con cui dire l’amore, quelle parole che troppo spesso si danno per scontate, al punto che oggi nessuno parla più davvero, ma quello che si sente non sono che parole slegate, pronunciate a casaccio perchè si è perso il collegamento tra il segno e il suo significato.

Nel crescendo impetuoso di questa storia d’amore che nasce sotto i nostri occhi, si dispiega tutta la bellezza della lingua italiana che Lamri ha deciso di “abitare” e verso cui mostra una cura e un’attenzione particolarissimi. Ed è una scoperta bellissima, questo nostro italiano che spesso bistrattiamo, rompiamo e storpiamo nella lingua di tutti i giorni.

Tra le righe del libro, la lingua che parlo da quando sono nata, si schiude davanti ai miei occhi increduli e diventa dolce, viva, rotonda, delicata. Come una rosa, si apre in un petalo che sa di miele, che parla di amore con una raffinatezza e una delizia che non ha eguali. Dolcezza, infinita saggezza e dolente tristezza sono le emozioni che si alternano leggendo le frasi che si due si scambiano:

Sono le mani che accarezzano i brividi lungo la schiena, sono gli sguardi ed i loro colori, sono i sentimenti insieme alti e profondi. Sono i capelli che giocano con le dite per non essere orfani

– scrive Tayeb.

Non ti chiedo niente, non ti faccio domande, non entro nella tua vita, ma amami con tutte le forza adesso non domani, riassumo per te ciò che il tuo corpo non mi ha detto. Ma non mi dimenticare, non mi dimenticare, non te lo ripeto una terza volta, le tue labbra hanno detto

– scrive Elena.

Le ultime pagine sono dedicate all’esplorazione dei sessanta modi diversi con cui l’arabo esprime il sentimento amoroso in ogni sua minima sfumatura: un minuscono vocabolario per “dire” l’amore, che è utile per riscoprire non solo il vocabolario dell’amore, ma anche il suo significato più interiore.

L’ “universo linguistico” che Lamri costruisce con l’italiano ha l’effetto di un balsamo che lenisce le ferite, che ci riconcilia con gli angoli bui del cuore e della mente, che costruisce ponti tra uomini e donne, che siano italiani, algerini, migranti o stranieri, e che, prima di tutto e sopra ogni cosa, sono esseri umani.

Al di là di tutti i discorsi stantii sull’Io e l’Altro, è il rispetto per la dignità della persona l’unico elemento che ci accomuna tutti. Ed è anche quello che più spesso dimentichiamo.

 _______________

Tahar Larmi è uno scrittore, traduttore e saggista algerino che vive in Italia e scrive in italiano. È considerato un esponente della cosiddetta letteratura della migrazione, che tanto ancora fa discutere sulle pagine dei siti non solo specializzati.

Il libro è stato pubblicato nel 2007 dalle edizioni Mangrovie, che mi pare che oggi non lavorino più. Eppure è un peccato che un libro come questo sia destinato a non trovare altri lettori. Il mio augurio e la mia speranza è che venga ripubblicato al più presto, perchè altri lo possano leggere e vi si possano immedesimare.

Il mio grazie, infine, va a Silvia De Marchi, editor della casa editrice Compagnia delle Lettere nonchè curatrice del libro, per avermi permesso di conoscere questo piccolo gioiello.

*Il fatto che questa recensione esca il giorno prima della festa di San Valentino è una mera coincidenza del caso (mi sembrava giusto specificarlo).

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