Salviamo il poeta Darwish

Le storie d’amore a volte si chiudono in punta di piedi.

mahmoud_darwishÈ andata così tra i lettori italiani e le poesie di Mahmoud Darwish (1941-2008).

È bastato che chiudesse la casa editrice Epochè, che lo aveva tradotto e portato nel nostro paese in diverse pubblicazioni, perchè i versi da questa pubblicati se ne andassero da noi e dalle nostre future librerie per sempre. Eh sì perchè le rimanenze della casa editrice, come ci hanno raccontato la Stampa e Middle East Online, sono finite al macero e chi non ha fatto in tempo a comprarle ad oggi, domani non le troverà più da nessuna parte, se non in qualche biblioteca. Darwish incluso.

Al macero. Al macero. Al macero. Forse se lo dico a voce alta, se lo ripeto tante volte dentro di me, il pensiero prende forma. Non ci posso credere. Al macero. È questa la fine che fanno i libri dimenticati? Quelli non comprati dai lettori, che vengono chiamati miseramente “rimanenze”? Finiscono al macero? Al macero. Ma non era meglio fare un’asta pubblica? Venderli ai mercatini dei libri usati? PROPORLI IN OMAGGIO AI BLOGGER – LETTORI? (vabbene, quest’ultima nota forse è un po’ troppo personale. Ehm.).

Chi ne ha una copia in mano, quindi, ora ha una piccola rarità che difficilmente potrà essere replicata”, scrive Flavia Amabile, autrice dell’articolo della Stampa.

Già, io non sono tra quei pochi fortunati, e a quanto pare molti sono nelle mie stesse condizioni. A partire da un amico lettore del blog, fino ad arrivare ad una nota libreria romana, che vende letteratura africana e araba, e che ha condiviso con me l’amarezza di non avere neanche più una copia delle poesie di Darwish targate Epochè.

come fiori di mandorlo
Uno dei testi Epochè introvabili

Per saperne un po’ di più su Epoché potete leggere questo articolo uscito su Wuz, che traccia un breve profilo di questa piccola casa editrice milanese che pubblicava letteratura africana (questa sconosciuta…) e della sua decennale storia. Qui trovate invece i titoli ancora in vendita. Nessuna traccia di Darwish però.

Gaia Amaducci, ormai ex-proprietaria di Epochè, così ha commentato su Facebook la chiusura della sua casa editrice: Ma per piacere, niente commenti di solidarietà o di “che peccato” e affini. Ci sono tante cose interessanti da scoprire e da riscoprire. Io non mi scandalizzo per la chiusura delle attività culturali. Per qualcuno che chiude, qualcun altro invece ce la fa e resta in campo, ed è giusto premiarlo, evidentemente ha fatto meglio. Non basta l’etichetta di “culturalmente rilevante” per avere dei diritti, non l’ho proprio mai pensato. Quindi, concentrarsi su chi resta in campo e premiare i nuovi arrivi.

Come in ogni storia d’amore che si rispetti però, non tutto è perduto.

E su editoriaraba lo si era scritto. In occasione di Philastiniat, il festival di arte e letteratura dalla Palestina organizzato a Milano lo scorso ottobre, la traduttrice Ramona Ciucani aveva annunciato l’avvio di un progetto editoriale tutto incentrato su Darwish. Ovvero, la pubblicazione nel 2013 (è arrivato! È proprio quest’anno!), di una trilogia, per l’editore Feltrinelli, che includerà: Yawmiyyàt al-huzn al-‘adi (Diario di ordinaria tristezza) pubblicato ben 40 anni fa; Dakirah li-l-nisyàn (Una memoria per l’oblio) già tradotto in italiano per Jouvence, e Fi hadrat ‘l-ghiyàb (In presenza dell’assenza) del 2006.

Con la speranza che Feltrinelli, o qualche altro editore italiano (!), voglia ri-pubblicare i testi perduti di Epochè.

Salviamo il poeta Darwish.

*Grazie a Pamela che mi ha segnalato l’articolo in arabo, a Mohammed che involontariamente ha trovato per me il pezzo de la Stampa, a Giacomo per i preziosi suggerimenti e a Libra 2.0 per avermi messo la pulce nell’orecchio qualche giorno fa, quando disperava di trovare Come fiori di mandorlo o più lontano.

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Opere di Darwish pubblicate in italiano

Editori vari

Elogio dell’ombra sublime (1983); Una memoria per l’oblio (Jouvence, 1997; traduzione a cura di Luigiana Girolamo con la collaborazione di Elisabetta Bartuli); Meno rose (Cafoscarina, 1997, traduzione di G. Scarcia, F. Rambaldi); Perchè hai lasciato il cavallo alla sua solitudine (a cura di Lucy Ladikoff; Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova, 2001); Assedio (2002).

Di Epochè:

Murale (2005; a cura di Fawzi Al Delmi); Oltre l’ultimo cielo. La Palestina come metafora (2007; traduzione di G. Amaducci, E. Bartuli, M. Nadotti); Il letto della straniera (2009; a cura di C. Haidar); Come fiori di mandorlo o più lontano (2010; traduzione di C. Haidar).

6 commenti

  1. Uhm, a proposito delle ripubblicazioni vorrei spendere mezza parola, e mi dispiace se faccio un po’ la guastafeste… :) Io auspico che un numero sempre maggiore di opere arabe venga tradotto in italiano, ma ho sentito più di una storia horror su queste vicende di ri-pubblicazione di opere già edite da parte di editori grossi: fallite le piccole case editrici, che in passato hanno osato coraggiosamente -nuotando controcorrente come salmoni!- pubblicare opere all’epoca considerate “di nicchia”, ecco che i pesci grossi si approfittano di questa situazione di debolezza e sfruttano un fenomeno editoriale che non hanno contribuito a creare. Fanno due o tre modifiche a una traduzione e la attribuiscono ad altri, ripubblicando libri in maniera poco trasparente e a dir poco truffaldina. Vediamo un po’ che sorte toccherà a “Una memoria per l’oblio”, ad esempio. Che qualcuno ripubblichi i testi di Epoché, dunque, ma che lo si faccia rispettando il diritto di quelli che ci hanno lavorato su. Vorrei ben sperare, ma non so quante ragioni ho di essere ottimista…

    • Non capisco il punto.
      Alcuni testi di Epoché per esempio sono già stati ripubblicati da Feltrinelli anni fa (penso a Mohammed Dib), così come alcuni testi di autori cinesi, come Vivere! di Yu Hua (prima Donzelli) o Lanterne rosse di Su Tong (prima Theoria)… non mi pare però che ci siano stati torti nei confronti dei precedenti editori e le traduzioni sono le stesse. Non conosco ora quanto un grande editore paghi il piccolo per la cessione dei diritti, ma sicuramente per il testo e l’autore fare il passaggio da un piccolo editore a un grande è un’opportunità che è stupido sprecare.
      Secondo me è positivo che un grande editore riprenda per la sua collana economica testi di autori stranieri pubblicati prima presso piccoli editori. In questo modo le traduzioni non vengono perse e si assicura maggiore diffusione al testo, più lettori (cosa che col piccolo editore non avveniva e se poi fallisce il testo è perso del tutto).
      Io anzi ho sempre in mente un po’ di titoli che mi piacerebbe ritrovare nelle collane tascabili dei “grandi”…
      Quanto al fatto che i grandi editori vorrebbero sfruttare il “fenomeno” della letteratura araba… magari! A quest’ora avremmo il triplo delle traduzioni e tutte distribuite e promosse dignitosamente.

      • Certo, se tutto è corretto e trasparente sono d’accordo con te, Giacomo (e mi sembra di averlo sottolineato nel mio intervento!), ma il punto è proprio che so di situazioni in cui questa correttezza non c’è stata affatto. Ti faccio un esempio: “Miramar” di Mahfuz fu tradotto da Isabella Camera d’Afflitto e pubblicato nel 1989 dalle Edizioni Lavoro. Poi lo ripubblicò Feltrinelli, mantenendo la traduzione. Nel 2009, esce l’ennesima edizione Feltrinelli, e guarda un po’? La traduttrice è cambiata! Ora, io sarei curiosa di confrontare le due traduzioni (non l’ho ancora fatto), e mi chiedo comunque cosa avrebbe spinto una grande casa editrice a far ritradurre daccapo un libro del genere, con tutto il lavoro che c’è da fare con altri libri, altri autori ecc.! Era forse mal tradotto? La traduzione era diventata obsoleta? Non lo so, ma a me sembra quantomeno strano! E visto che non si tratta di un unicum, qualche sospetto mi viene.
        Circa il “fenomeno” commerciale ed editoriale della letteratura araba, non ce n’è ancora uno di massa, è vero, ma non puoi negare che rispetto a qualche anno fa la situazione sembra stia lentamente cambiando. I grandi editori se ne stanno occupando, e io sono ben contenta di trovare in libreria qualche libro in più, ma davvero in questo percorso “lineare e progressivo” qualche morto sul campo rimane (per svariati motivi), ed era appunto solo questo che volevo far notare.

  2. Torno a non capire, in che senso ritradurre Miramar è stata un’operazione “scorretta”(!)? A me non risulta.
    Le ragioni per cui è stato ritradotto (da Elena Chiti) sono molto più semplici. Ora non conosco i dettagli della vicenda, ma mi è stato detto che il libro è stato fatto ritradurre per una questione di cessione di diritti della vecchia traduzione. Forse edizioni lavoro non li ha ceduti o ha proposto un prezzo troppo alto, per cui conveniva ritradurre il libro invece che acquistare la vecchia traduzione.
    Inoltre se uno legge le due traduzioni si trova di fronte a due libri diversi, non lo si può negare! Basta l’attacco: “Alessandria, finalmente!” e “Alessandria alla fine.” per rendere l’idea. Anzi per chi si occupa di traduzione dall’arabo è un esercizio utilissimo confrontare i due Miramar, sono due buone traduzioni ma radicalmente diverse, serve a vedere come cambia la lingua da un traduttore all’altro e non solo, come si traduceva vent’anni fa e come si traduce adesso.
    Per quanto ne so l’unico altro libro disponibile in doppia traduzione italiana è “La commissione” di Sonallah Ibrahim, tradotto da Daniele Mascitelli per le edizioni De Martinis (1993) e poi riapparso nella traduzione di Paola Viviani per Jouvence (2003). Questo testo però non l’ho ancora letto né so le ragioni per cui è stato ritradotto.

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