“L’arco e la farfalla”, di M. al-Achaari: attualità e stereotipi

Quella che state per leggere è la recensione di L’arco e la farfalla, appena pubblicato da Fazi editore e primo romanzo tradotto in italiano dello scrittore, uomo politico ed intellettuale marocchino Mohammed al-Achaari. È una recensione critica fatta da un lettore molto attento, che nella parte conclusiva sofferma la propria attenzione su di un punto che mi sta particolarmente a cuore e di cui ho parlato diverse volte su queste pagine virtuali: come e perchè vengono scelti i romanzi arabi da tradurre in italiano? Su quali basi gli editori, gli agenti letterari, i consulenti operano le proprie scelte?

In nome di quella comunità di lettori critici ed informati di cui ho discusso qualche settimana fa, vorrei proporre qui un esperimento: premesso che non ho avuto ancora l’occasione di leggere il romanzo, mi piacerebbe che chi lo ha letto, leggesse la recensione di Giacomo e dicesse su questo blog la sua, a supporto o contro le testi qui sostenute, come se nel far ciò, ci trovassimo tutti in una virtuale classe di letteratura, dove si ci scambiano opinioni, consigli, suggerimenti e, dove nel farlo, si impara tutti un po’ gli uni dagli altri. [Ch. Com]

di Giacomo Longhi*

Mohammed al-Achaari, intervenuto di recente al festival pordenonelegge (fonte: Google)

Tra la narrativa araba proposta quest’anno in italiano spicca L’arco e la farfalla di Mohammed Al Achaari, con la sua fascetta promozionale: “Miglior romanzo in lingua araba del 2011, vincitore dell’Arabic Booker Prize”.

Sul retro di copertina si parla di primavera araba e terrorismo.

La quarta mi annuncia che andrò a leggere un romanzo su “un Marocco in grande fermento, sempre più diviso fra tradizione e modernità”. L’autore è stato in carcere durante gli anni di piombo e recentemente Ministro della Cultura per il suo paese. Insomma, conoscendo i miei gusti non nutro le migliori aspettative, ma cerco di essere un lettore onesto e comincio la lettura con uno stato d’animo il più neutro possibile.

Ma quando termino il romanzo le mie perplessità rimangono.

La vicenda prende avvio da una crisi improvvisa, che il protagonista, Youssef, racconta in prima persona. La perdita dei sensi, a cominciare dall’olfatto, come reazione a una notizia sconvolgente e inaspettata. Un anonimo biglietto lo informa del martirio del figlio Yassine in Afghanistan. Un punto di non ritorno per Youssef, che da quel momento in poi riconsidererà la propria vita sotto tutt’altra luce. E attraverso le sue riflessioni si susseguono le storie dei suoi genitori, le donne e gli amici della borghesia progressista, sullo sfondo di un Marocco sempre più soffocato da una crescita selvaggia e dalla minaccia di attentati terroristici.

Il titolo fa riferimento a due opere architettoniche. L’arco, progettato da Yassine, che avrebbe dovuto unire alla foce le due sponde del Bou Regreg, Rabat e Salé, la modernità e la tradizione. Non verrà mai realizzato. La “farfalla”, invece, è un mastodontico edificio che l’architetto Ahmad Majd pianifica e costruisce a Marrakech e che evidenzia bene lo schiacciante trionfo dei nuovi ricchi sulle più giovani e utopistiche aspirazioni del paese.

Un’enfasi insistente è posta sui temi d’attualità, mentre il romanzo oscilla tra il sentimentale e il noir. La scrittura è elegante e fluente, ottima la traduzione, ma la narrazione presenta diversi intoppi. Come per esempio il cameo con Saramago, quasi uno spento manichino, o il lungo capitolo sulla visita guidata a Volubilis col padre del protagonista, venti pagine di sola descrizione. Le perplessità più grandi seguitano sullo sviluppo di alcuni temi, che mi è parso superficiale se non addirittura fuorviante.

Trovo infatti riproposti inutili cliché, come quello dell’incolmabile distanza tra la cultura europea e quella marocchina, facilmente leggibile nell’episodio del suicidio di Diotima, la madre tedesca del protagonista, che tenta invano di integrarsi in un ambiente a lei straniero.

O il ritratto di una gioventù, quella marocchina, quanto mai incapace e disorientata, che pare composta da soli ingenui e velleitari. Esemplare è la storia dei figli adottivi di Ibrahim Al Khayyati, l’amico omosessuale di Youssef, che dopo il suicidio del compagno ne sposa la moglie per mettere a tacere le dicerie sul suo conto (sic!). Li troviamo completamente assorbiti dalla passione per la musica hard rock e black metal, cosa che li coinvolge in un’inchiesta sui “servi di Satana”. Loro malgrado, perché non sanno di cosa parlano i testi inglesi delle canzoni. Uno dei due, Osam, scomparirà misteriosamente. Lo ritroveremo nell’elementare epilogo, nei panni (pakistani) di un pericoloso terrorista.

Ho pensato a Palazzo Yacoubian di ‘Ala Al Aswani. Anche in questo romanzo un giovane ragazzo si unisce a un gruppo jihadista, ma seguiamo dall’inizio alla fine il desolante percorso che lo porta a questa scelta, la sua realtà non ci appare più incomprensibile. In L’arco e la farfalla non si capisce come mai si arrivi a tutto ciò. Le ragioni per cui questi giovani scelgono la via del jihad restano inspiegate, oscure, resta la paura.

Non basta aggiungere tanti ingredienti per realizzare un buon romanzo. Non basta una bella scrittura. Mi interrogo sul valore di un libro da cui emergono vistosi stereotipi.

Mi chiedo infine cosa abbia determinato la pubblicazione del romanzo. Il fatto che abbia ricevuto un importante premio letterario? O i contenuti considerati appetibili per il pubblico italiano? Le aspettative si possono anche deludere con romanzi come questo. Forse ha ragione il critico egiziano Ibrahim Farghali, la qualità letteraria non determina ancora le scelte editoriali sulla letteratura araba, pare invece che ci si ostini a chiederle di spiegare il mondo da cui proviene.

Sono un buon promemoria le parole di Mahmud Al Wardani:

Perché leggiamo Moravia e ci piace? Perché leggiamo Buzzati e ci piace? Non li leggiamo per essere sicuri di avere l’idea giusta dell’Italia, per essere sicuri di qualcosa, li leggiamo perché ci piacciono e ci dicono qualcosa, anche dell’Italia, sì, ma prima di tutto ci interessa quello che questi scrittori vogliono comunicare a tutti noi come esseri umani.

(Figli del Nilo, Mesogea, 2006)

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* Studente di Lingue e istituzioni economiche e giuridiche dell’Asia e dell’Africa mediterranea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si occupa di editoria araba e persiana e lavora come lettore per alcune case editrici.

8 comments

  1. Concordo su molti aspetti, come la presenza di alcuni stereotipi, per quanto la figura dell’amico Ibrahim sia la mia preferita del libro, e sul cameo totalmente inutile a anche abbastanza irritante di Saramago. Però io l’ho trovato comunque un libro interessante e valido, per il percorso emotivo del protagonista dopo la morte del figlio e per la rete di relazioni, spesso abbozzate e piene di fraintendimenti, di cui è più carnefice che vittima, soprattutto con le donne. E’ un ex idealista ferito e ottusamente rassegnato, il dolore lo somatizza e lo riflette, ma non gli apre gli occhi sulla realtà. Ironicamente tragico.

    • Anch’io penso che la parte sul protagonista è/sarebbe dovuta essere quella meglio riuscita, ma l’ho sentita troppo soffocata dal peso di tanti argomenti che spesso mi sono apparsi superflui.
      Mi chiedo appunto se siano stati questi argomenti a pesare sulla pubblicazione o se sia stato quel nucleo un po’ più approfondito sulla vicenda personale di Youssef a suscitare veramente interesse nell’editore.

  2. Concordo con Giacomo e trovo che il libro sia un pot-pourri mal assortito. L’ho finito solo per “dovere”, ma se fosse stato scritto da un europeo l’avrei lasciato a metà. Immagino che la motivazione alla pubblicazione sia quella della fascetta “vincitore del Booker Prize 2011”. Inoltre mi sembra un libro scritto più che altro per un pubblico arabo, proprio per la vaghezza con cui tratta i tanti argomenti, che un lettore medio europeo non riesce nemmeno a inquadrare.

      • tra l’altro, mi viene in mente di aggiungere… è proprio interessante quello che dici sul fatto che se fosse stato scritto da un europeo l’avresti lasciato a metà. secondo me andrebbero letti proprio così i romanzi arabi. con un giudizio “da vicino”, senza troppa indulgenza o giustificazioni perché magari, se non li capiamo, è dovuto all’appartenenza a un’altra cultura. questo anche per valorizzare invece i romanzi arabi che troviamo validi.

      • può darsi che l’autore ammiccasse a un pubblico occidentale, ma ha fallito nel suo intento, più che “lasciarci un formidabile caleidoscopio esistenziale” (ma che vorrà dire poi??) o un “quadro evocativo della società marocchina degli ultimi quarant’anni, ma soprattutto dell’anima della sua gente” (altra frase che vuol dire tutto e niente), ha ritratto in modo superficiale una galleria di strambi personaggi manovrati da un mediocre burattinaio.

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