“Gialli d’Oriente”: il poliziesco nel mondo arabo medievale

Gialli d’Oriente è una delle novità librarie di ottobre di cui vi avevo parlato qui. Poiché il titolo e le poche righe descrittive mi avevano incuriosita, ho chiesto ad Arianna Tondi (la traduttrice, che qui ringrazio), di scrivere per editoriaraba una presentazione del libro, che in realtà è anche una nota del traduttore. Ne emerge la descrizione di un testo ricco ed interessante, a metà tra una raccolta di racconti da leggere, e un utile supporto didattico per quei lettori che ancora non hanno acquisito dimestichezza con l’ arabo. [Ch. Com.]

di Arianna Tondi*

Come si comporta un califfo abbàside di fronte a un caso di adulterio? Quale punizione infligge quando scopre che un suo collaboratore ha intascato una somma di denaro destinata ad altri scopi? A quale stratagemma ricorre per annientare una banda di briganti curdi che semina il terrore compiendo furti e razzie a danno dei viaggiatori?

Nel mondo arabo medievale, esercitare la legge non è sempre sinonimo di applicazione letterale della sharīʻa. Talvolta crimini efferati hanno punizioni esemplari e pubbliche, vere e proprie torture; altre volte invece prevalgono la tolleranza e l’attenuazione della pena. Emerge così il lato oscuro della società abbàside (750-1258), in cui coloro che esercitano la giustizia interpretano la legge islamica attraverso l’uso dell’intelligenza e del ragionamento. Il risultato è la rappresentazione di una società in movimento, in cui la fede si nutre dell’uso della ragione.

Gialli d’Oriente ci conduce nei meandri delle corti abbàsidi, tra Baghdad e la regione dello Sham, in un sottobosco popolato da ladri, briganti e truffatori camuffati nelle vesti più svariate e inimmaginabili. Pronti a tutto pur di rubare e appropriarsi dei beni altrui, i personaggi dei ventotto racconti proposti appaiono spesso cinici e senza scrupoli. Spetta a califfi e governatori seguire gli indizi per scovare i criminali infiltrati nelle corti, tanto da comportarsi come veri e propri detective, eseguendo indagini poliziesche per seguire le tracce degli autori dei delitti.

I racconti, in termini tecnici khabar, sono tratti da opere i cui autori sono nomi noti della letteratura araba classica. Si tratta degli storici Ibn Manzūr e al-Masʻūdī, del giudice al-Tanūkhī, del teologo Ibn al-Jawzī e infine dell’autore di specchi per principi Ibn ʻArabshāh. I racconti sono degli aneddoti che ornavano opere storiche e enciclopediche e hanno tutti la medesima struttura: la catena di trasmettitori che convalida l’informazione trasmessa e il racconto vero e proprio.

Particolarità di Gialli d’Oriente è il suo impianto didattico, che lo rende un testo adatto sia per un corso di arabistica, grazie alla presenza di note grammaticali e lessicali, che per un corso di islamistica, grazie alle note storico-culturali da cui possono scaturire varie riflessioni circa l’esercizio della giustizia nell’Islam medievale. I testi sono disposti in ordine crescente di difficoltà ma allo stesso tempo possono essere letti isolatamente, poiché il lettore ha a disposizione le note.

Sfogliando il libro, troviamo il khabar in arabo vocalizzato, con a piè pagina le note grammaticali, seguito dalla traduzione in italiano, accompagnata da note lessicali e storiche. Alcune note lessicali contengono richiami a vocaboli arabi entrati a far parte del lessico italiano medievale, dimostrando quanto forti siano stati gli scambi tra le due culture. In questo modo anche il lettore inesperto o non conoscitore della lingua araba può godersi la lettura, senza perdere il gusto di scoprire più a fondo curiosità della società mitizzata delle Mille e una notte.

L’impianto didattico dell’opera è arricchito da due sezioni introduttive: una sul potere dei califfi e sull’idea di Islam secolarizzato che emerge dalla raccolta (a cura di Samuela Pagani) e una contenente vari consigli su come leggere in modo scorrevole sfruttando le regole grammaticali. La raccolta di racconti è seguita dai testi non vocalizzati, da venti note grammaticali che affrontano i punti che più frequentemente ricorrono nei testi e infine da un lessico ricapitolativo, arabo-italiano e italiano-arabo.

La traduzione proposta è stata condotta sul testo arabo tenendo conto delle scelte stilistiche della curatrice francese, Katia Zakharia. Riguardo alla sintassi, è stata privilegiata la tendenza alla coordinazione per asindeto, per riprodurre le atmosfere fredde e cupe della scena del crimine e cercare di riprodurre sequenze quasi cinematografiche. Quanto al lessico, i dizionari consultati sono stati l’Arabic-English Lexicon di E. W. Lane, ristampa Librairie du Liban, Beirut 1968 e il Dictionnaire détaillé des noms des vétements chez les Arabes di R. Dozy, Amsterdam 1845.

Il processo traduttivo rispetta la logica della parola parlata che domina i testi, a scapito della descrizione e della narrazione. Si è optato per una resa del verbum dicendi introduttivo della dimensione dialogica (che in arabo è sempre qāla, “ha detto”) attraverso varie soluzioni lessicali, per evitare di rendere la traduzione poco chiara.

Una traduzione all’insegna della semplicità linguistica e della scorrevolezza sintattica, per rispettare lo spirito originario dei testi. Senza dimenticare la presenza di accorgimenti non sempre percepibili a prima vista, come l’uso delle risorse morfologiche della lingua araba.

I Gialli d’Oriente sono autentici piccoli gioielli, espressione autentica di ciò che i critici abbàsidi definivano il “facile inimitabile”.

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Arianna Tondi si è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università del Salento nel 2011, discutendo una tesi di islamistica.
Attualmente insegna italiano agli stranieri nella scuola Ahlan Egypt di Alessandria d’Egitto. Ama viaggiare e scoprire l’Oriente.

5 comments

  1. Complimenti per il lavoro svolto, testi interessantissimi e fichissima la cosa del testo a fronte, speriamo si diffonda!!!
    …………. un unico appunto: i caratteri dell’arabo sono criminalmente minuscoli!! Editore avaro di inchiostro?

  2. il font è “traditional arabic” di word, il problema è che il carattere ha le stesse dimensioni di quello italiano, mentre quando si scrive un testo bilingue bisognerebbe sempre rispettare una proporzione di +6 per l’arabo, cioè se scrivo i caratteri latini con un carattere dimensione 12 allora l’arabo deve essere scritto a 18, oppure 16 latino, 22 arabo.
    Altrimenti se si usa la stessa dimensione di carattere c’è un divario troppo ampio, fastidioso per l’occhio.

    • Quello che dicevo io è che spesso ho visto utilizzati font molto “fastidiosi” da leggere! Per quanto riguarda le tue osservazioni concordo, e penso che forse potresti scrivere all’editore per farglielo presente ;)

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