Prigioni siriane

Se in questi giorni stiamo assistendo o meno alla fine del regime di Bashar al-Asad, è ancora da vedere. Ma le notizie, che ogni ora si rincorrono l’una con l’altra, sembrano quasi volerci dire che la Storia sta subendo l’ennesima accelerata e che la fine del regime si sta avvicinando…

Da un punto di vista culturale-letterario, quello che sembra certo però, è che questa “rivoluzione/guerra in-civile” in Siria, così come successo in Egitto (l’esempio di Ibrahim Eissa è piuttosto calzante a questo proposito), è riuscita ad allentare il bavaglio stretto dal regime attorno ad intellettuali e scrittori che prima non avevano potuto esprimersi liberamente.

È il caso di Yassin al-Haj Saleh (n. 1961) scrittore e intellettuale siriano “dissidente”, che ci ha messo un po’ di tempo, ma alla fine è riuscito a raccontare, solo ora, il suo personalissimo orrore. Un orrore durato ben 16 anni, trascorsi nelle peggiori carceri della Siria, che Saleh ha raccontato nel suo libro di memorie بالخلاص، يا شباب! 16 عاماً في السجون السورية (Salvezza, ragazzi! 16 anni nelle prigioni siriane), appena pubblicato per la casa editrice libanese Dar al-Saqi

Copertina del libro

Nel 1980 Saleh era uno studente di medicina all’università di Aleppo quando fu arrestato improvvisamente con l’accusa di militanza nel partito comunista siriano (da lui recentemente definito come “partito comunista pro-democrazia”) e messo in carcere. Dopo 15 anni passati a fare la spola tra le celle delle carceri di Aleppo e ‘Adar, il “prigioniero politico” Saleh venne finalmente rilasciato, grazie anche ad un amnistia concessa ai detenuti in occasione del 25° anno di governo di Hafez al-Asad (padre di Bashar), a condizione però che diventasse un informatore per i servizi di sicurezza siriani. Il “giovane” Saleh rifiutò la proposta ed il regime per tutta risposta spedì lui e gli altri 30 prigionieri politici che si erano rifiutati come Saleh di piegarsi al potere, a scontare un altro anno di prigione, questa volta nella terribile Tadmor. La prigione di Tadmor, situata nei pressi di Palmira, è unanimemente riconosciuta come luogo di reiterate torture, abusi, violazioni di diritti umani e sommarie esecuzioni nei confronti dei prigionieri, molti dei quale sono stati politici.

Una testimonianza dell’accaduto la si ritrova anche in questo rapporto di Human Rights Watch su Tadmor datato 1996:

Almost half of the twenty-one men transferred to Tadmor have served, or are close to completing, their full terms of imprisonment. Their names are:

· Abdel Karim `Issa, Yassin al-Haj Salih, and Yusha al-Khatib, arrested in 1980. According to our information, they were not sentenced by the security court until April 1994, when each of them received terms of fifteen years. These men should have been released no later than the end of December 1995.

Appena uscito da Tadmor, Saleh riprese gli studi e si laureò in medicina, sebbene in seguito non abbia mai esercitato la professione. Tadmor è stata invece chiusa nel 2001, per essere riaperta lo scorso anno, quando le sue celle hanno ospitato centinaia di persone arrestate durante i primi mesi della rivoluzione.

Per Saleh, che lo racconta nel libro, gli anni di prigionia sono stati un vero inferno fatto di torture e privazioni dove il tempo scorreva lentamente; ma quegli stessi anni hanno rappresentato anche una “salvezza” per il ventenne Saleh, alle prese con le incompiutezze di una vita ancora acerba. Un giovane che non aveva mai avuto, prima di allora, alcuna esperienza con il mondo. E che era anzi incline all’auto-distruzione.

Per Elias Khoury, Saleh nelle sue memorie del carcere porta il lettore fuori dalle mura della prigione, riuscendo a trasmettere ugualmente un messaggio di salvezza, grazie al quale l’intellettuale e scrittore siriano è stato in grado di trasformare la sua odiosa e terribile esperienza di prigionia in un momento di auto-educazione e formazione personale che, un qualsiasi ragazzo appena ventenne (come era lui al momento dell’arresto), non avrebbe mai potuto sperimentare.

La vera forza del libro, per Khoury, è dunque l’aver trasformato l’esperienza della prigione in un’esperienza di vita altamente umana.

Ma Yassin Saleh, nelle parole del grande scrittore libanese, è anche l’esempio di un “nuovo tipo di intellettuale”, uno diverso dalla generazione che l’ha preceduto: un uomo che non fugge dal proprio paese e che fa della scrittura la sua arma per combattere un regime odioso, che distrugge le sue città e la sua gente.

Parlando della rivoluzione in corso, Elias Khoury rivolge un appello alla società siriana affinchè lo iato venutosi a creare tra l’opposizione politica al regime di al-Asad e le proteste del popolo, venga colmato dalla partecipazione attiva della generazione dei nuovi intellettuali siriani, formatasi nel solco dell’esperienza di Yassin al-Haj Saleh e dei suoi compagni di prigionia.

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Potete leggere una recensione del libro su alakhbar english a questo link.

Lo scorso anno Yassin Saleh ha pubblicato anche un saggio sulla rivoluzione siriana dal titolo Al-Sayr ‘ala Qadam Wahida.

 

 

 

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