Hay Festival Beirut 2012: il blog festival di Robin Yassin-Kassab (parte 2)

La seconda parte ( qui la prima ) del blog turistico-letterario di Robin Yassin-Kasseb, ospite al recente Festival Hay di Beirut. Volato dalla grigia Scozia al blu del mare di Beirut, lo scrittore si trova di fronte ad un paese microscopico ma rigidamente “inscatolato” in insiemi cultural-politico-religiosi che sembrano ben definiti e non comunicanti. Per fortuna, non è sempre così…

 

Credits @Maya Zankoul (bè, forse il mare del Libano non è poi sempre così blu…)

Quando uno scrittore come me, che vive per la maggior parte del tempo in Scozia, un “fuggiasco” dal buio pessimismo che lo avvolge durante tutto l’anno, vola a Beirut per restarci appena 4 giorni, deve stabilire le sue priorità molto attentamente. Come ho già detto, per prima cosa volevo assolutamente fare un tuffo in mare.

Un gruppetto di noi ha quindi chiamato quindi un taxi per farsi portare verso sud, direzione costa di Jiyeh, dove ci avevano consigliato una spiaggia. Jiyeh in effetti non era poi così lontana – potevamo ancora scorgere Beirut sporgere da dietro la costa, ma era a un terzo della strada verso  il problematico confine meridionale israelo-palestinese.

Il Libano è un paese piccolo, ammassato e spezzettato in zone ancora più piccole. 

Abdullah, il nostro autista, guidava a fatica nel traffico di Beirut centro. Con il taxi abbiamo oltrepassato Tariq Jdaideh, una zona sunnita fedele alla famiglia Hariri, i cui cartelloni erano ovunque; quindi abbiamo costeggiato la regione meridionale shiita, che nel 2006 è stata duramente colpita dall’attacco di Israele. Qui Hezbollah controlla un lato della strada, pieno di immagini di Nasrallah e del defunto Ayatollah Fadlullah. L’altro lato della strada, più spoglio, è sotto il controllo di Amal: le foto ritraggono Nabih Berri, presidente del parlamento libanese.

Con il diminuire delle case, piantagioni di banana comincivavano ad alternarsi a chiese e resort turistici. Abbiamo accelerato velocemente nei pressi di Khalde, che aveva ospitato un porto druso illegale durante la guerra civile, e Ouzai, che era stato rifugio per il porto di Amal. Nell’entroterra, si stagliavano nette le montagne dello Shouf, il cuore dei drusi, dove a dominare è la famiglia Joumblatt. Sembra che in questo paese ognuno abbia la sua zona personale, come se abitasse dentro una scatola chiusa.

Finalmente abbiamo potuto nuotare ed è stato meraviglioso. Credevo di essere stato a mollo solo per 20 minuti mentre in realtà era già passata un’ora e mezza. Quando finalmente sono riemerso dalla nuotata, mi si è avvicinata di corsa una ragazza per offrirmi una fetta di rinfrescante melone.

Abdullah ci aspettava. Abbiamo accettato volentieri la sua proposta di bere un tè a casa della sua famiglia, sulle colline. La strada si avvolgeva ripidamente tra alberi di pino e fichi d’india. Ad un certo punto abbiamo scorto un cartello che indicava che nei pressi c’era la “Fattoria di Nancy”, di proprietà dell’incantevole Nancy Ajram. Gli appassionati della musica araba pop, commerciale e orecchiabile, sanno a chi mi riferisco.

Siamo saliti un altro po’. Lassù non c’era traccia di cartelloni politici. Abdullah ci ha spiegato che la gente del posto aveva deciso coscientemente di non auto-etichettarsi, di non far sentire nessuno fuori posto. Ci ha detto che in questa zona la gente aveva rispetto per l’educazione e l’istruzione, più che per i politici. A casa di Abdullah infatti, gran parte della conversazione, guidata dal suo più che cordiale padre, è girata attorno all’importanza della cultura e dell’apprendimento, sugli aspetti spirituali della vita, più che su quelli materiali. E naturalmente sulla fratellanza e la comunione di intenti tra confessioni e etnie.

Quella di Abdullah è una famiglia di musulmani. La madre e le sorelle, di buona favella quanto gli uomini, indossavano l’hijab. Volevano a tutti i costi raccontarci di una visione della Vergine Maria, comparsa in sogno alla figlia più piccola durante il bombardamento israeliano del 2006. la ragazza aveva pregato senza sosta affinchè la sua famiglia e la loro casa sopravvivessero alle bombe, quando la Vergine era apparsa ai piedi del letto, circondata da un’areola di luce, e le aveva promesso che la sua famiglia e la casa non sarebbero state toccate dalla violenza della guerra. Quando il prete locale venne a sapere della cosa, consegnò alla giovane un’icona della Vergine, che ancora oggi orna la parete di entrata della casa di Abdullah.

I musulmani ortodossi amano e rispettano la Vergine Maria, unica figura femminile che nel Corano viene citata per nome. Gesù spesso viene appellato come “Gesù figlio di Maria”. In virtù del suo rapporto diretto con Dio, a Maria viene riconosciuto lo status di profeta. Tuttavia è insolito che i musulmani ortodossi appendano delle icone alle pareti.

Durante la visita alla famiglia di Abdullah avevo appreso un’importante lezione: nonostante le apparenze e la cruda realtà politica, non è detto che le persone vogliano “inscatolarsi” in categorie chiuse e definite.

L’argomento principale della conferenza di Literature Across Frontiers, d’altronde, verteva su quanto queste scatole-categorie chiuse fossero irrilevanti.

Tanto per cominciare, i partecipanti alla conferenza venivano da ogni parte del mondo. Fra questi: Ehab Abdelhamid del Badrakhan Cultural Centre al Cairo; Roman Simic del Festival of the European Short Story in Croazia; Ashur Etwebi (il noto poeta) del Tripoli Poetry Festival; Cihan Akkartal e Mehmet Demirtas dell’ Istanbul Tanpinar Literature Festival; Clare Azzopardi e Albert Gatt di Inizjamed e del Malta Festival of Mediterranean Literature; e infine Juan Insua del Kosmopolis International Festival of Literature di Barcellona.

In secondo luogo, si è parlato di come lanciare un ponte tra “scatole” culturali: il che ha portato a discutere di traduzione e capacità trasmissione del messaggio. Terzo, l’evento organizzato da LAF è stato realizzato in contemporanea e con la collaborazione del primo Hay Lit Festival di Beirut. La presenza massiccia di scrittori, traduttori e animatori letterari ha contribuito a rendere ancora pià utile e significativa l’interazione sociale fra tutti i presenti.

Il che mi porta direttamente al prossimo articolo…

(Tradotto dall’inglese da Chiara Comito. Potete leggere l’originale qui)

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