L’arabo e l’egemonia delle lingue europee nel Mediterraneo: una relazione ineguale

Lo scambio asimmetrico che si svolge a cavallo del Mar Mediterraneo tra il centro (Europa) e la periferia (paesi arabi) non caratterizza solo i settori dell’economia e della politica. Le stesse dinamiche che fanno sì che la sponda Nord, industrializzata e occidentalizzata, sia il perno attorno a cui ruota tutto il resto del bacino del Mediterraneo, possono applicarsi anche al campo della conoscenza. Basta guardare da un altro punto di vista: quello della traduzione. E le sorprese, purtroppo, non mancano, neanche per il nostro Paese.

Lo rivela il rapporto Mapping of Translation in the Euro-Mediterranean region, pubblicato di recente dalla Anna Lindh Foundation e Transeuropéennes, risultato di uno studio condotto in due anni di lavoro grazie al lavoro di 16 organizzazioni partner, tra cui l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, che prende in esame lo stato dell’arte della traduzione fra le lingue del bacino del Mediterrano: lingue europee vs arabo, ebraico e turco.

Se prendiamo come punto di partenza l’arabo, come lingua da cui tradurre, si scopre che in proporzione, solo 1 su 1.000 libri tradotti, ha l’arabo come lingua di origine.

I paesi europei che più di tutti hanno tradotto titoli dall’arabo negli ultimi 20-25 anni sono, nell’ordine:

  • Turchia: 1161
  • Francia: 1065
  • Bosnia-Erzegovina: 513
  • Germania/Svizzera: 508
  • Spagna: 472
  • Italia: 317
  • Serbia: 147

Molto scarsa è la produzione dei paesi dell’area balcanica, dell’Europa orientale e dell’Europa del Nord. Di Gran Bretagna e Irlanda si hanno solo i dati relativi alla traduzione di letteratura e non di saggistica, che evidenziano come, nell’arco di tempo preso in esame dal rapporto, siano stati tradotti 300 titoli, di cui 108 pubblicati al Cairo.

Ma cosa si traduce dall’arabo in Europa?

Soprattutto letteratura, fiction, e in particolar modo gli autori contemporanei. Con buona pace dei classici e della saggistica sociologica, filosofica, matematica e politica. In percentuale, la traduzione di non-fiction occupa solo il 5% (in media) del totale di titoli tradotti, media che si riduce all’1,87% nel caso della Francia e addirittura all’1,5% nel caso dell’Italia.

Accennare qui al dibattito su come e quanto venga insegnato l’arabo nelle università italiane sarebbe fare, forse, della polemica. Mi limito a dire che fintantochè si continuerà a considerare l’arabo una lingua da insegnare alla stregua del latino e del greco, due lingue morte, forse non ci si può lamentare se mancano i traduttori, e soprattutto i traduttori tecnico-scientifici. D’altra parte, forse si dovrebbe anche fare un discorso più approfondito sul modo in cui il nostro paese guarda ai paesi della riva sud e cominciare a smetterla di considerarli solo come fonte di guerra, fanatismo religioso, immigrazione irregolare. Sguardi che di certo non aiutano a migliorare la conoscenza dei nostri vicini di…mare. Ma non è questa la sede adatta.

Il rapporto prende poi in esame il versante opposto della medaglia: cosa si traduce in arabo, considerato che questo mercato occupa il 6% del totale delle traduzioni su scala mondiale?

Non sorprenderà nessuno sapere che l’inglese è la lingua di origine dominante tra quelle europee.

In particolare: è dall’inglese che si traduce per il 95% nel Golfo; per il 75% in Egitto; per il 72% in Libano (un dato, questo, che dovrebbe far riflettere su come sono cambiati i circuiti del potere post-coloniale nel paese, la cui lingua principale, accanto all’arabo, è stata fino a pochi anni fa il francese, oggi relegato a lingua “colta”); per il 20-30% nel Maghreb.

Il francese segue a ruota, più o meno: il 10% delle fonti sono francesi in Egitto; il 20% nell’area siro-libanese; il 60% nel Maghreb.

Inglese e francese, le lingue coloniali, della migrazione e della diaspora nei paesi arabi dominano quindi il mercato. Da queste due lingue si traduce praticamente di tutto: letteratura, saggistica, manualistica, inclusi i cosiddetti libri “self-help”.

Il tedesco, lo spagnolo e l’italiano arrivano invece a toccare a malapena l’1 o il 2% del totale. In particolare dall’italiano si traduce la nostra letteratura e spesso, libri per bambini.

I paesi che traducono più di tutti sono: Libano, Siria, Egitto e Marocco.


Quindi per riassumere: gli europei traducono la letteratura araba, per lo più contemporanea. Nei paesi arabi invece, “importano” la sociologia, antropologia e filosofia europee.

Il concetto è chiarissimo: la saggistica araba NON viene tradotta nelle lingue europe, ed è questo il fenomeno che rivela le disparità più profonde nella “catena della traduzione” fra le lingue esaminate.

Per di più, quel poco che viene tradotto, rivela il rapporto, ruota attorno a due concetti principali, che non soprenderanno i più attenti: il ruolo dell’Islam nei paesi arabi; la questione della donna. Viva la fantasia.

Gli autori arabi che scrivono saggistica e che arrivano sugli scaffali delle nostre librerie, secondo il rapporto, sono autori che scrivono e lavorano nelle lingue europee: francese (Fatema Mernissi, Mohammed Arkoun) e inglese (Edward Said, Nawal al-Saadawi) segnatamente. È anche molto frequente trovarsi di fronte a traduzioni dall’inglese/francese come da lingua di mediazione con l’originale arabo.

Secondo Mohamed-Sghir Janjar, antropologo e direttore della Fondation du Roi Abdul-Aziz di Casablanca, l’assenza di traduzione della saggistica in lingua araba è da imputarsi all’utilizzo, da parte degli autori arabi, di categorie di concetto e sistemi di pensiero estranei alle categorie, ai codici e agli strumenti che si sono sedimentati nel campo accademico europeo nel corso dell’ultimo secolo. Secondo lo studioso, la differenza nell’ immaginare e concepire il mondo ed il suo significato, da parte degli autori arabi ,fa sì che il loro destino venga segnato e che vengano lasciati senza traduttori o editori, scavalcati dai loro colleghi che invece pensano e scrivono in “europeese” e sono di più semplice fruizione per i lettori europei.

Che questa interpretazione del fenomeno sia valida o meno, resta il fatto che, dati alla mano, sembra che in Europa si traduca solo ciò che è simile a noi e al nostro modo di pensare e vedere la vita, rinforzando in questo modo gli stereotipi e le egemonie della conoscenza.


Il rapporto si chiude con alcune raccomandazioni da seguire per le generazioni di traduttori future e per i governi europei, affinchè siano più elastici nel concedere i visti ai giovani studiosi e ricercatori dei paesi arabi che intendano svolgere un periodo di studio in Europa.

Gli autori della mappa, che si rivolgono in particolare agli stati membri dell’Unione per il Mediterraneo, si augurano che questo studio incoraggi il miglioramento nelle relazioni nord-sud nel Mediterraneo nel campo della traduzione, e porti ad un rafforzamento nella cooperazione tra popoli e governi basato su una accresciuta conoscenza delle dinamiche interculturali esistenti all’interno della regione euro-mediterranea.

Un’utopia?

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È possibile scaricare a questo link il pdf che contiene le conclusioni e le raccomandazioni finali dello studio.

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