Si dice Libano, si scrive graphic novel

Della serie, i fumetti non sono solo roba per bambini.

Opera di Mohammed Shennawy, Egitto

I primi di giugno si è tenuto in Germania, ad Erlangen, il XV salone internazionale del fumetto, durante il quale una delle esposizioni più interessanti è stata senza dubbio quella dedicata ai paesi arabi. Due degli organizzatori del salone hanno infatti invitato più di 20 artisti provenienti da Egitto, Algeria, Marocco, Tunisia, Libano, Giordania e dai territori palestinesi, per parlare del ruolo dei fumetti nei propri paesi e scambiarsi impressioni con i loro colleghi. Interviste, presentazioni, conferenze e discussioni via skype si sono alternati lungo i 4 giorni di esposizione. Per vedere tutte le foto scattate durante il salone, potete cliccare qui.

Non è strano che il fumetto sia diventato per gli artisti arabi un mezzo per esprimersi diffuso e conosciuto all’estero: in un contesto in cui la censura molto spesso limita l’attività di artisti ed intellettuali, il fumetto, con il suo mix di parole ed immagini, a volte diventa il mezzo espressivo ideale per criticare e manifestare il proprio dissenso senza essere troppo espliciti e per raggiungere un pubblico internazionale. Di questi tempi il disegnatore arabo più famoso è senza ombra di dubbio l’egiziano Magdy El Shafee, che con il suo fumetto Metro ha anticipato di qualche anno i temi diventati oggetto delle rivendicazioni sociali e politiche dei manifestanti di piazza Tahrir. Peccato che l’originale versione in arabo sia ancora “censurata” nel suo paese (ne ho parlato qui).

Uno dei paesi più vivaci dal punto di vista della produzione di fumetti è il Libano, che ancora una volta si erge a simbolo della vivacità culturale e sociale dei paesi arabi. Naturalmente, uno dei temi privilegiati non può che essere, come per i romanzieri libanesi, quello della guerra civile e delle devastanti conseguenze che ancora oggi la popolazione si trova costretta a sopportare.

I disegnatori della generazione nata durante la guerra civile (1975-1990) sono tantissimi e molto prolifici. Ne è un esempio la giovane Zeina Abirached, nata nel 1981 in piena guerra: nel suo Mi ricordo Beirut (Becco Giallo, 2010), così come nel precedente Il gioco delle rondini (Becco Giallo, 2009), l’autrice ripercorre con la memoria le giornate trascorse sotto i bombardamenti e le privazioni che lei e la sua famiglia hanno dovuto sostenere. Il suo tratto rotondo in bianco e nero ed il suo delicato umorismo hanno ricordato a non pochi Persepolis, dell’iraniana Marjane Satrapi. Zeina oggi vive a Parigi: di recente per la casa editrice parigina Cambourakis, ha disegnato il romanzo di Jacques Jouet dal titolo Agatha de Beyrouth, ambientato nella capitale libanese dove le situazioni comiche dei protagonisti si incontrano con le cicatrici di una guerra ancora non dimenticata.

Ho ritrovato l’umorismo di Zeina nel lavoro della giovanissima Maya Zankoul, grafica, vignettista e designer cresciuta in Arabia Saudita e tornata in Libano solo nel 2005. Il suo seguitissimo blog, nel quale Maya disegnava con tratto fine e delicato le complicazioni dei giovani libanesi alle prese con un paese impossibile, ed in più con la precarietà della gioventù, si è presto trasformato in un primo volume, autopubblicato, che è stato tradotto recentemente in Italia dalla casa editrice Il Sirente a cui è seguito subito dopo un secondo (AMALGAM I, II, 2011).

ESTATE LIBANESE
Quando ascolto le notizie: Qualcuno mi porti il più lontano possibile da qui…
Quando NON ascolto le notizia: Questo paese è un paradiso!

Attualmente Maya pubblica le sue vignette sulla sua pagina Facebook. Il suo è un Libano giovane, divertente, colorato e pieno di vita pulsante.

“rubata” qui http://www.facebook.com/media/set/?set=a.147954105238597.29782.110279222339419&type=3

Nasce invece nel 2008 il collettivo Samandal: un gruppo di giovani disegnatori che crea una rivista scritta e disegnata nelle tre lingue con cui oggi si parla in Libano. L’obiettivo di Samandal, oggi arrivata al dodicesimo numero, è quello di mostrare al mondo l’incredibile varietà e ricchezza culturale del Libano. I primi 3 numeri della rivista sono oggi scaricabili online gratuitamente dal loro sito.

Ma Samandal non è il primo collettivo artistico dedicato al fumetto: negli anni ’80 troviamo infatti Jad workshop, creato dall’artista George Khoury e da sua moglie Lina. Il lavoro dei due artisti è un primo tentativo di elaborare l’esperienza traumatica della guerra civile da poco scoppiata.

Tra i fondatori di Samandal figura invece Lena Merhej, disegnatrice e autrice di due libri: I think we will be calmer in the next war (2006), che ha raggiunto le vette delle classifiche di vendita nel 2007 e Another Year (2008), in cui racconta l’amicizia tra 7 palestinesi, dispersi tra i territori palestinesi e i paesi della diaspora. Oltre ad essere una editorialista fissa di Samandal, Merhej insegna animazione, web design e illustrazione alla Lebanese American University.

Tra gli uomini, infine, non si può non citare Mazen Kerbaj, un artista davvero eclettico: fumettista, pittore e musicista, Mazen è nato nel 1975 e vive e lavora a Beirut. Dopo aver collaborato con varie case editrici e riviste, ha pubblicato nel 2000 il suo Diario 1999, un diario personale in forma di fumetto. Da allora, si è autopubblicato altri 8 libri e numerosi racconti. Qui trovate un esempio del suo tratto: è la traduzione di un’ode rabbiosa e allo stesso tempo piena di passione per Beirut, città amata ed odiata, proprio come una madre. 

Naturalmente questa breve panoramica non esaurisce tutta la scena artistica libanese: se volete saperne di più, questo link rimanda ad un blog – aggiornato fino al 2011 – che raccoglie il meglio dei disegnatori libanesi.

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