Il ritorno di Hoda Barakat: “Malakut Hadhihi al-Ard”

Malakut Hadhihi al-Ard (Il regno di questa terra) è il titolo del nuovo romanzo della scrittrice libanese Hoda Barakat, pubblicato dalla casa editrice Dar al-Adab.

Non se se vi sia davvero bisogno di presentare Hoda Barakat, una delle voci più belle della narrativa araba contemporanea, ma nel dubbio, eccola qui: scrittrice libanese, cresciuta nella città maronita di Bsharrè, ha studiato letteratura francese presso l’Università di Beirut laureandosi nel 1975, anno ufficiale dello scoppio della guerra civile. Dal 1989 vive e lavora in Francia, a Parigi. In italiano sono stati fin’ora tradotti (meravigliosamente, da Samuela Pagani) tre dei suoi cinque romanzi: L’uomo che arava le acque (Ponte alle Grazie, 2003 e Tea, 2007), Malati d’amore – da domani finalmente sul mio comodino, IsA!(Jouvence, 1997) e Lettere da una straniera (Ponte alle Grazie, 2006).

La scrittura della Barakat è una delle più poetiche, immaginifiche e dense di significati che abbia mai letto.

Che cosa mi fai Shamsa ? Perché, mentre io imparo da te la grazie delle cose, tu impari da me la perdita di questa grazia, il dolore del compimento?

da L’uomo che arava le acque

Dopo aver finito di leggere l’ultima pagina de L’uomo che arava le acque, per me, non ce n’è stato più per nessuno: era diventato il mio libro preferito di tutti i tempi.

Con Malakut Hadhihi al-Ard, la scrittrice torna in Libano, dopo la breve digressione di Lettere da una straniera, ma non per parlare della guerra civile del 1975-1990 (che è uno dei temi narrativi più ricorrenti negli scrittori libanesi). Il romanzo infatti è ambientato in un periodo di tempo che va dai primi del ‘900 fino a poco prima dello scoppio della guerra civile libanese, sul Monte Libano, all’interno di una comunità maronita. Un territorio popolato da santi, miti, leggende e religioni, i cui abitanti vivono così in alto da sentirsi, orgogliosamente, quasi in paradiso, da cui il titolo.

Ma per favore, non pensate che Barakat abbia ambientato il romanzo fra i maroniti del Monte Libano perchè ella stessa è originaria di lì, perchè si offenderebbe per la pigrizia (intellettuale, ovviamente) dell’osservazione. In questa bella intervista a tutto tondo realizzata per Jadaliyya infatti, la scrittrice ci tiene a precisare che il romanzo avrebbe potuto essere ambientato in una qualsiasi delle numerosissime (17, se non vado errata) confessioni religiose che convivono nel piccolo paese dei Cedri. E chi conosce un poco la storia del Libano sa che parlare di sette, fazioni o confessioni in questo paese vuol dire tutto o niente: tutto, per chi le strumentalizza; nulla, per i libanesi che ci convivono e cercano di condurre una vita normale, nonostante tutto e tutti.

La scrittrice sottolinea come l’isolamento del singolo individuo appartenente alla fazione è esattamente ciò che il fanatismo vuole e ricerca, nel tentativo perenne di costruire insiemi e sistemi chiusi, ermetici, ciascuno arroccato nel proprio confine e in difesa verso l’esterno: non si teme infatti ciò che si conosce, bensì l’Altro da noi, da me.

E’ così che le voci libere ed indipendenti dei singoli vengono soffocate dall’amalgama generale del gruppo sociale, della fazione di appartenenza e muoiono, lentamente, portate alla disperazione per non essere state ascoltate, come accade ad uno dei due protagonisti del romanzo, Tannous. Egli, dotato di una magnifica voce, è incapace di esprimere le proprie emozioni perchè si sente soffocato dalle costrizioni del suo ambiente sociale, e la recupera solamente nel momento in cui si allontana dalla sua comunità e si innamora, finalmente libero, finalmente un individuo singolo e non parte di un tutto.

Nel romanzo non c’è un narratore onnisciente come nei precedenti, ma sono gli stessi personaggi a parlare in prima persona, il già citato Tannous e sua sorella Salma: per questo motivo, spiega l’autrice, il linguaggio non poteva essere solo quello del fusha (l’arabo standard moderno), ma doveva rispecchiare il linguaggio parlato nella comunità e dai suoi abitanti. Ed ecco che Barakat crea nel romanzo un nuovo linguaggio, un’amalgama di prosa araba letteraria e di arabo dialettale, un mix così perfetto che i critici arabi non hanno esitato nel definirlo come un nuovo importante tassello nell’estetica della lingua araba letteraria.

Chissà quando – mi auguro presto – potremo leggerlo in italiano.

Nell’attesa, ci si può accontentare di leggere un brano estratto dal romanzo tradotto da Jadaliyya in inglese, qui.

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